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Alla scoperta dei beni confiscati di Siracusa - l'impegno del coordinamento di Libera

Nel 2020, il presidio “Mario Francese” di Siracusa ha deciso di iniziare un monitoraggio dei beni confiscati nel comune di Siracusa; attività rallentata dall’arrivo del covid. Inizialmente, si è reperito l’elenco dal sito dell’Agenzia nazionale “Openregio”. Il primo ostacolo, poi, è stato identificare la reale posizione dei beni: non solo i dati presenti sul sito del comune erano molto generici, ma anche quelli presenti sul sito dell’agenzia nazionale erano molto sommari. Per identificarli, ci si è divisi in piccole squadre, che sono andate a visitare ogni bene sulla lista, così da individuarlo. Grazie all’aiuto dell’ex assessore al patrimonio Rita Gentile, è stata, quindi, ricostruita, là dove possibile, la storia del bene confiscato e sono stati contattati gli enti affidatari di alcuni immobili.   Concluso il lavoro di censimento, è emersa un’altra questione: i beni di Siracusa non sono sfruttati a dovere, manca una presenza forte di investimenti e realtà associative. I beni confiscati presenti in città, seppure siano pochi, hanno bisogno, infatti, di essere conosciuti e descritti meglio, perché solo così si potranno attrarre nuove realtà associative e si potranno stimolare gli investimenti. Come può l’amministrazione recuperare questi beni se le potenziali realtà, che potrebbero investire, non conoscono dove sono, in che condizioni sono o addirittura come sono fatti?   La presentazione che potrete scaricare è composta da schede per ogni bene individuato durante il lavoro di monitoraggio. Ogni scheda è divisa in tre parti: innanzitutto, sono stati elencati i dati essenziali; attraverso, poi, l’attività di ricognizione, si è potuto formulare un giudizio sintetico sulle condizioni in cui versa il bene. È bene specificare che nessun membro del presidio è potuto entrare all’interno del bene confiscato e che, quindi, le valutazioni sono generiche, perché fondate su un’osservazione esterna. Infine, si è cercato di definire l’area ed il contesto in cui insistono questi beni; essi, infatti, sono distribuiti in maniera eterogenea nel comune: alcuni sono in periferia, altri sono, addirittura, in contesti di elevato interesse turistico come Ortigia (centro storico) e via lido sacramento (zona balneare).  

"La casa dei Mandarini" - un'esperienza di progettazione partecipata in provincia di Chieti

Un bene confiscato in provincia di Chieti trasformato in bene comune:  La Casa dei Mandarini è il nome del progetto che, nell’ambito della Strategia Nazionale per la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie prevista dal Pnrr, è stato finanziato nel comune di Santa Maria Imbaro, il comune di duemila abitanti dove nascerà un centro polivalente e antiviolenza per la comunità, un luogo di aggregazione sociale delle nuove generazioni e di supporto a nuove attività di imprenditoria.  Il progetto, che ha coinvolto nella sua realizzazione lo studio Lap Architettura, prende origine dall'unico segno di vita presente, un albero di mandarino, che rappresenta il simbolo di resilienza e di bellezza. E’ per questo che Cgil Chieti, Fisac Cgil Chieti, Fisac Abruzzo Molise insieme al Presidio Libera Chieti Attilio Romanó si sono proposti di realizzare un reportage che, con l’intento di condividere le buone prassi al servizio del recupero, della salvaguardia e della valorizzazione dei beni confiscati, rilanciasse le prospettive generative della ridestinazione a uso sociale dei beni confiscati in termini di opportunità di lavoro, di giustizia sociale, di presa in cura del territorio come bene comune.  Guarda il reportage a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=OUOKw2uE5kA

PNRR e Beni confiscati, un’opportunità storica. Pubblicato il dossier di Libera Campania

PNRR e Beni confiscati: un’opportunità storicaAnalisi quanti-qualitativa dei progetti di rifunzionalizzazione dei beni confiscati finanziati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con un focus regionale sulla Campania. Con 75 progetti approvati e finanziati - 72 a valere sull’Avviso Pubblico e 3 sulla procedura concertativo-negoziale - sui 254 totali, la regione Campania è quella che conquista il primato tra le 6 regioni del sud Italia interessate dal bando del PNRR per la rifunzionalizzazione dei beni confiscati alle mafie.  Sono 51 gli Enti territoriali campani interessati, con un investimento complessivo di oltre 109 milioni di euro, pari al 36,5% della dotazione finanziaria totale. I 51 Enti territoriali, che saranno i soggetti attuatori degli interventi, sono in massima parte  i comuni. A questi si aggiungono il Consorzio Agrorinasce, in provincia di Caserta, che gestirà 9 progetti; la Città metropolitana di Napoli, che gestirà 4 progetti; la Provincia di Avellino, che gestirà 1 progetto.Sono alcuni dei dati contenuti nel dossier “PNRR e Beni confiscati: un’opportunità storica” di Libera Campania che analizza ed elabora i contenuti del Decreto con il quale l’Agenzia per la Coesione Territoriale ha pubblicato la graduatoria dei comuni i cui progetti sono stati approvati, per verificarne l’impatto, in termini quantitativi e qualitativi, sul territorio regionale.  La provincia con il maggior numero di Enti interessati è quella di Caserta, con 21 comuni nei quali insistono beni confiscati oggetto di finanziamento. Seguono la provincia di Napoli (18 comuni), quella di Salerno (7 comuni), quella di Avellino (4 comuni) e, infine, quella di Benevento (1 comune). La ripartizione dei fondi segue lo stesso schema, con la provincia di Caserta alla quale viene assegnata la percentuale maggiore di fondi sul totale regionale (51,6%). Seguono la provincia di Napoli (25,7%), quella di Salerno (13,5%), quella di Avellino (6,8%) e, infine, quella di Benevento (2,3%). Per quanto riguarda i 72 progetti approvati e finanziati sulla procedura dell’Avviso Pubblico, la porzione più alta di fondi va alla provincia di Caserta (29 progetti, per un totale di 41,5 milioni). A seguire, la provincia di Napoli (28 progetti, oltre 25,5 milioni), la provincia di Salerno (10 progetti, quai 11 milioni), quella di Avellino (4 progetti, quadi 7,5) e infine quella di Benevento (1 progetto, 2,5 milioni). 20 progetti su 72 conquistano un finanziamento superiore a 2 milioni di euro. Il finanziamento massimo di 2,5 milioni previsto dall’Avviso va a 6 progetti, ricadenti nei comuni di Casapesenna (CE), Benevento, Pontecagnano Faiano (SA), Casoria (NA), Grazzanise (CE) e Poggiomarino (NA). Diciotto ottengono un finanziamento superiore al milione di euro. I restanti 34 ottengono invece fondi inferiori al milione di euro.“Per analizzare il dato qualitativo relativo ai singoli progetti – dichiara  Riccardo Christian Falcone, responsabile del settore beni confiscati di Libera Campania - abbiamo accorpato le informazioni di progetto in alcune macrovoci relative alle attività che vi si svolgeranno. Dal quadro generale emerso da questa elaborazione, risalta come in almeno 23 casi sui 72 progetti approvati sulla linea dell’Avviso (circa il 32%), prevedano la realizzazione di servizi a sostegno di donne vittime di violenza e dei loro bambini (per lo più centri antiviolenza e case rifugio). Diciotto progetti (il 25%) riguardano in vario modo la realizzazione di centri sociali polifunzionali e centri di servizi a favore di fasce sociali più deboli. Cinque progetti (circa il 7%) hanno a che fare invece con l’agricoltura sociale e quattro (circa il 6%) con l’housing sociale. La restante quota di progetti finanziati riguarda le attività più svariate: dai centri di ricovero e cura per gli animali (3 progetti) ai parchi urbani (3 progetti), passando per biblioteche, caserme, centri sportivi, centri per l’orientamento professionale, sedi istituzionali, di scuole e di protezione civile. È un quadro d’insieme estremamente variegato che, a lavori ultimati e progetti di riutilizzo avviati, metterà a disposizione delle comunità locali una rete di servizi di grande impatto e di eccezionale valore, in grado davvero di segnare, per i territori e le persone che li abitano, una straordinaria opportunità di welfare, di giustizia sociale, di cambiamento e di riscatto. Fondamentale- conclude Falcone di Libera - sarà vigilare perché gli investimenti programmati vengano realizzati e ultimati in tempi brevi. Una responsabilità che spetta anzitutto ai soggetti attuatori ma alla quale non possono sottrarsi neanche i cittadini, chiamati a monitorare, attraverso un’azione civica di controllo diffuso, l’andamento dei progetti. Altresì, sarà fondamentale che, nella fase di assegnazione dei beni una volta rifunzionalizzati, venga garantita la maggiore partecipazione possibile. Libera farà la sua parte, da un lato agevolando, stimolando e favorendo questi processi di partecipazione dei cittadini e del mondo del Terzo Settore, dall’altro accompagnando le Istituzioni locali. Il dossier incrocia questi dati con quelli relativi al ranking contenuti nel focus regionale RimanDATI Campania 2022 - scrive Libera Campania - che analizza la capacità dei comuni di pubblicare gli elenchi dei beni confiscati trasferiti al loro patrimonio, evidenziando come una quantità significativa di finanziamenti arrivi in territori nei quali, pur in un quadro generale più positivo rispetto alle altre regioni italiane, non tutti i comuni brillano in fatto di trasparenza sui beni confiscati. Dunque resta forte la richiesta di accrescere la qualità e la quantità delle informazioni pubblicate da parte degli enti locali. Con riferimento ai 3 progetti finanziati invece attraverso la procedura negoziale, anche qui l’investimento maggiore si registra in provincia di Caserta, dove al progetto di recupero del Palazzo Teti Maffuccini di Santa Maria Capua Vetere sono stati destinati quasi 15 milioni. A Battipaglia, in provincia di Salerno, arrivano quasi 4 milioni per la realizzazione del Polo territoriale della carità attraverso l’intervento di demolizione e ricostruzione degli immobili confiscati di via Catania. Il terzo progetto è quello che prevede la realizzazione dell’asilo nido comunale nella ex Villa Zagaria, in località Varcaturo di Giugliano in Campania. A questo progetto sono stati destinati 2,5 milioni. 

Rimandati Campania 2022, Libera presenta il focus regionale sulla stato della trasparenza dei Beni Confiscati in Campania

Sono 53 su 138, pari al 38,4%, i comuni campani destinatari di beni immobili confiscati alla camorra che ancora non pubblicano l’elenco sul proprio sito internet istituzionale. Cresce però sensibilmente il numero di quelli che invece lo fanno, sebbene con modalità non sempre pienamente rispondenti alla norma. Sono infatti 85 (61,6%) gli Enti che hanno regolarmente pubblicato l’elenco, rispondendo così all’obbligo sancito dal Codice Antimafia. La provincia più virtuosa è quella di Salerno, con una percentuale di comuni che pubblicano l’elenco che si attesta al 73%, con 19 comuni su 26. Seguono le province di Avellino (7 comuni su 11 - 63,6%), Napoli (31 comuni su 49 - 63,3%), Benevento (4 comuni su 7 - 57,1%). Chiude la classifica la provincia di Caserta, con una percentuale di pubblicazione del 53,3% e 24 comuni virtuosi su 45.Sette i comuni hanno raggiunto il punteggio pieno di 100/100. Tra questi, spicca in particolare il comune di Napoli, insieme a Villa di Briano (CE), Pompei (NA), Pozzuoli (NA), Baronissi (SA), Olevano sul Tusciano (SA), San Cipriano Picentino (SA).La fotografia aggiornata è stata scattata da Libera Campania con la pubblicazione della seconda edizione del rapporto “RimanDATI Campania”, un focus specifico della ricerca nazionale “RimanDATI”, il report sullo stato della trasparenza dei beni confiscati nelle amministrazioni locali. I dati raccolti ed elaborati nelle pagine del report dimostrano che l’esame di riparazione a cui erano stati “rimandati” i comuni campani destinatari di beni confiscati dopo la prima edizione dello scorso anno ha sortito un qualche effetto,determinando certamente un passo avanti, per alcuni comuni assolutamente decisivo e importante. Si è passati infatti da una percentuale di pubblicazione del 50,4% (dati 2021) ad una del 61,6% (dati 2022).“È in Campania - commenta Riccardo Christian Falcone, responsabile beni confiscati Libera Campania - che l'esperienza di monitoraggio civico alla base di RimanDATI ha avuto una sua prima organica e strutturata sperimentazione sin dai primi mesi del 2020. Al gruppo di lavoro campano dedicato al tema del monitoraggio civico dei beni confiscati si deve, infatti, la prima azione territoriale di raccolta ed elaborazione dei dati successivamente estesa a tutto il territorio nazionale. E, altresì, la prima sperimentazione della fase successiva di produzione delle domande di accesso civico per chiedere la pubblicazione dei dati, estesa, per la seconda edizione del report nazionale, ad altre quattro regioni. Percorsi che hanno segnato, insomma, un modello di riferimento. Nonostante i significativi passi in avanti dimostrati dal confronto tra la prima e la seconda edizione - conclude Falcone di Libera Campania - le risultanze di RimanDATI Campania 2022 dimostrano quanto il lavoro che abbiamo davanti sia ancora lungo e difficile. Ciò che impone a tutti, istituzioni, cittadini e società civile organizzata, di assumersi meglio e di più la propria parte di responsabilità. Il nostro orizzonte resta la piena conoscibilità e fruibilità dei dati e delle informazioni sui beni confiscati come strumento di facilitazione dei processi di riutilizzo sociale. In questa prospettiva, continueremo a lavorare”.In Campania, stando ai dati del portale OpenRe.g.i.o estratti il 15 aprile 2022, sono 2656 i beni immobili confiscati. Il dato si riferisce agli immobili destinati, quelli cioè già trasferiti al patrimonio indisponibile dei comuni nei quali insistono. La distribuzione per province vede in testa la città metropolitana di Napoli con 1341 particelle confiscate e destinate. A seguire, la provincia di Caserta (805) e quelle di Salerno (311), Avellino (87) e Benevento (21). 138 i comuni che compaiono nell’elenco degli Enti destinatari di beni immobili in confisca definitiva. A questi numeri, vanno aggiunti quelli relativi ai tre Enti sovrateritoriali campani destinatari di beni confiscati, vale a dire la Regione Campania con 3 beni immobili destinati, la Città metropolitana di Napoli con 82 beni immobili destinati e la Provincia di Avellino con 3 beni immobili destinati (per un totale di 88 beni immobili destinati).La ricerca sugli 85 comuni che hanno pubblicato l'elenco ha evidenziato come si accresca anche la qualità dei dati pubblicati. A cominciare dal formato di pubblicazione: 45 comuni (il 52,9%) pubblica i dati in formato aperto, segnando un deciso balzo in avanti rispetto al 40,9% dello scorso anno. Il monitoraggio ha riguardato anche altre informazioni fondamentali sulla vita del bene confiscato. Molto buoni i dati sulla pubblicazione delle informazioni relative a dati catastali, tipologia e ubicazione. Inferiori i numeri relativi a consistenza, destinazione, utilizzazione e assegnazione: oltre il 75% dei comuni non specifica, in particolare, la durata della concessione del bene al soggetto gestore.Sugli 85 comuni che hanno pubblicato l’elenco è stato costruito un ranking regionale pesato: su una scala da 0 a 100, la media è pari a 58.3 punti. La Provincia di Benevento risulta la più virtuosa con 58.9 punti, seguita da Salerno (56.9) e Caserta (51.3). Sotto la soglia dei 50 punti le province di Napoli (47.7) e Avellino (42.3). Il ranking regionale cresce rispetto al 2021, passando appunto da 51.4 a 58.3. Ciò significa che in generale si è mediamente accresciuta la quantità e la qualità degli elenchi nella direzione del rispetto degli obblighi di legge relativi ai contenuti e al formato di pubblicazione. Anche in questo caso, si tratta di un passo avanti importante anche se non ancora pienamente soddisfacente. Così come non soddisfacente è il quadro emerso dall’analisi sui 3 Enti sovraterritoriali monitorati in Campania, in particolare in relazione alla mancata pubblicazione dell’elenco da parte della Regione.Nel rapporto regionale presentato da Libera viene fotografata anche la capacità di risposta delle amministrazioni locali alle domande di accesso civico, con le quali, successivamente ad una prima ricognizione, è stata richiesto agli Enti locali di pubblicare o aggiornare gli elenchi. Sulle 138 domande inoltrate ai comuni, la risposta è arrivata solo in 50 casi. Ciò significa che il 64% dei comuni cui è stata inviata la richiesta di pubblicazione o di aggiornamento dell’elenco non ha risposto, disattendendo in questo modo ad una precisa previsione normativa, secondo la quale gli Enti della Pubblica Amministrazione, interrogati dai cittadini con gli strumenti previsti dalla legge, hanno l’obbligo di rispondere entro trenta giorni.

Trasparenza dei dati sui beni confiscati, online la seconda edizione di RimanDATI

È online la seconda edizione di RimanDATI, il report nazionale sullo stato della trasparenza dei Beni Confiscati nelle amministrazioni locali. La ricerca, promossa da Libera in collaborazione con il Gruppo Abele e il Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino, è il frutto di un'importante azione di monitoraggio civico già sperimentata lo scorso anno e arricchita ora da nuovi interessanti elementi di novità. Cuore di questa azione, il controllo diffuso sul rispetto, da parte degli Enti Locali, dell'obbligo di pubblicazione, sui propri siti internet istituzionali, dell'elenco dei beni confiscati trasferiti al loro patrimonio indisponibile, con le modalità e i contenuti indicati dall'articolo 48 comma 3 lettera c del Codice Antimafia (D.Lgs. 159/2011).La seconda edizione di RimanDATI ha preso il via dopo un confronto tra il gruppo nazionale di lavoro e i coordinamenti territoriali di Libera: quanti comuni hanno veramente risposto alla nostra richiesta di trasparenza e quanti ancora dovranno essere “rimandati” in autunno? Riprendendo il lavoro già avviato lo scorso anno, in occasione dei venticinque anni della Legge num. 109 del 1996, questo nuovo report allarga la base di monitoraggio, includendo anche le città metropolitane, le province e le regioni destinatarie di beni confiscati. Ma le vere sfide associative di questa edizione sono state due: riuscire a creare una squadra di 32 volontarie e volontari in rappresentanza di 11 regioni italiane ed estendere la procedura di accesso civico a cinque regioni, rappresentative del nord, del centro e del sud Italia.Grazie alla diffusione dello scorso anno e alla possibilità di confrontarsi in anticipo con tutta le nostra rete territoriale e associativa, sono state apportate delle modifiche alla scheda di monitoraggio iniziale e alla fase poi di raccolta ed elaborazione dei dati. I risultati del monitoraggioLe conclusioni a cui siamo giunti nel chiudere questa seconda edizione del nostro Report purtroppo non sono incoraggianti. I dati raccolti confermano ancora una volta la grande fatica che i comuni fanno a garantire la trasparenza delle informazioni e la loro piena fruibilità, segnando addirittura un peggioramento rispetto alla prima edizione. Se infatti nel primo report la percentuale dei comuni che non pubblicavano l’elenco era pari al 62%, in questa seconda ricerca essa sale addirittura al 63,5%. Ciò significa, in numeri assoluti, che, al momento della chiusura dell’azione di monitoraggio civico, su 1073 comuni monitorati, solo 392 pubblicano l’elenco. E di questi, la maggior parte lo fa in maniera parziale e non pienamente rispondente alle indicazioni normative.Non va meglio per gli Enti sovracomunali. Su 10 province e città metropolitane destinatarie di beni confiscati, il 50% non pubblica gli elenchi. Delle 6 regioni, solo 2 adempiono all’obbligo di pubblicazione (il 33,3%). Rispetto alla qualità degli elenchi pubblicati dai 16 Enti sovracomunali, a parlare è il dato sul ranking medio che si ferma a 23.5. Sui soli enti che pubblicano l’elenco (7), il ranking sale a 53.8.La ricerca analizza nello specifico le modalità di pubblicazione degli elenchi, restituendo un quadro generale ancora di grande criticità. Un quadro reso plastico dal valore del ranking nazionale che abbiamo costruito: su una scala da 0 a 100 (laddove 0 è riferibile a situazioni di totale assenza di dati pubblicati, 100 a situazioni inverse di presenza corretta di tutti i dati), esso si ferma a 20.3. E anche volendo ridurre la base di riferimento ai soli comuni che pubblicano l’elenco, escludendo dunque tutti quelli fermi a 0, il ranking nazionale non supera i 55.5 punti.Certo,va registrato come si tratti di numeri superiori a quelli della prima edizione (rispettivamente 18.5 e 49.1), che dimostrano come il lavoro compiuto lo scorso anno ha comunque generato un timido avanzamento, aprendo uno spiraglio di luce in un contesto generale che rimane però ancora assai difficile. Una panoramica sui contenutiLa seconda edizione di RimanDATI si sviluppa lungo la traiettoria che abbiamo usato nella fase di progettazione e di scrittura del volume, per accompagnare la lettrice e il lettore verso nuove azioni di attivazione territoriale. La prefazione, l’introduzione e le nostre proposte restituiscono il senso di questo report per Libera e per tutta la rete, protagonista quest’anno della fase di analisi dei siti istituzionali; ancora una volta, la partecipazione democratica e territoriale ha tratto nuovi spunti di riflessione grazie al monitoraggio civico e ai percorsi formativi propedeutici. Il capitolo sulla metodologia, “Modelli, strumenti e strategie: una nota metodologica all’edizione 2022”, ricostruisce nel dettaglio la metodologia usata per la raccolta dei dati e per la loro elaborazione; a partire dal metodo ideato per la prima edizione del rapporto, sono state introdotte alcune modifiche per rendere più fluida la qualità del dato e mantenerlo il più possibile aderente alla realtà. I risultati di RimanDATI sono stati divisi in due capitoli: “Trasparenza bene comune: numeri e dati sulla trasparenza degli Enti locali in materia beni confiscati alle mafie. La prima ricognizione”, che raccoglie l’analisi della prima ricognizione su 1089 enti locali (comuni, province, città metropolitane e regioni), evidenziando la relazione con la classe dimensionale del comune e con l’indice di perifericità elaborato nella SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne). Il capitolo “Per una piena trasparenza dei dati: dall’accesso civico alla seconda ricognizione”, invece, è dedicato alla presentazione dei dati all’esito di una seconda ricognizione, effettuata a valle dell’inoltro delle 373 domande di accesso civico e dell’analisi delle risposte pervenute (appena 130). E ciò sia per i comuni che per gli Enti sovratteritoriali delle cinque regioni per le quali abbiamo elaborato la strategia di accesso civico: Piemonte, Liguria, Toscana, Campania e Calabria. Con le schede regionali abbiamo sintetizzato e dato una veste grafica ai risultati dei capitoli precedenti, insieme ad alcuni cenni, sicuramente non esaustivi, alla normativa regionale sul tema che in questi anni è stata elaborata. Le conclusioni sono, per noi, il rilancio verso la nuova edizione e un intero anno di lavoro. A chiusura del volume, ci sono quattro diverse appendici, schede pratiche di lavoro e di attivazione per le lettrici e i lettori: la scheda di monitoraggio dei Comuni, il format per la domanda di accesso civico alle amministrazioni, il modello di elenco predisposto da Anbsc e un glossario con le principali parole su beni confiscati e trasparenza. Il dataset completo con tutti i dati raccolti, insieme alla pubblicazione digitale del report e alle infografiche con le informazioni principali, è disponibile in formato aperto (nei formati csv, ods e xls), in piena coerenza alla logica degli open data che sosteniamo nella ricerca, tra gli allegati a questo articolo.

Il progetto TWIST: Verso un nuovo modello di imprenditoria sociale nei beni confiscati in Albania

Il nuovo progetto TWIST - Verso un nuovo modello di imprenditoria sociale nei beni confiscati in Albania è iniziato!Dal 1º aprile Libera e i partner del progetto, Partners Albania for Change and Development e Comune di Tirana, sono coinvolti nell'organizzazione dell’iniziativa di lancio di TWIST a Tirana, a fine aprile. Il progetto TWIST mira ad aiutare le Organizzazioni della Società Civile (OSC) a partecipare maggiormente ai processi decisionali locali e nazionali sui beni confiscati e a incoraggiare le esperienze di imprenditoria sociale (IS) come pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati e come strumenti per prevenire e combattere la criminalità organizzata (CO) a livello locale, nazionale ed europeo.TWIST - finanziato dalla delegazione dell'Unione europea in Albania – nel corso di questa azione triennale incentrata sul riutilizzo dei beni confiscati a fini sociali, coinvolgerà i cittadini albanesi, con particolare attenzione alle fasce più fragili e alle persone coinvolte o a rischio coinvolgimento da parte delle reti criminali. In questo modo le comunità e le Organizzazioni della Società Civile (osc) avranno modo di beneficiare delle risorse sottratte alla criminalità organizzata, grazie alla creazione di imprese sociali (IS). Lo sviluppo del progetto promuoverà in questo modo una risposta collettiva nella lotta contro la criminalità organizzata, attraverso la costruzione di esperienze di imprenditorialità sociale nei beni confiscati e generando nuove opportunità sociali e di lavoro rivolte alle fasce di popolazione più vulnerabili come le vittime della criminalità organizzata e della violenza domestica, i minori, gli anziani, le persone con disabilità, i disoccupati, i tossicodipendenti, gli ex detenuti, ecc L'Albania grazie all’adozione della legge n. 10192/2009, ha già avviato esperienze di riutilizzo sociale, e attraverso la riconversione dei beni confiscati in beni pubblici, contribuisce a orientare la spesa pubblica verso una direzione più efficace nell'interesse dei cittadini. Il progetto potrà contare inoltre sull'esperienza di CAUSE: la prima iniziativa in Albania che ha portato alla nascita di imprese sociali in tre beni confiscati del Paese e nella regione Balcani Occidentali.  Il consorzio che svilupperà il progetto è costituito da:Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafiePartners Albania For Change and DevelopmentIl Comune di TiranaE collaborerà con:L’Agenzia  per la gestione dei Beni Confiscati e Sequestrati in Albania (AAPSK)Libera sarà responsabile del coordinamento del progetto che vede già una forte collaborazione con l'associazione albanese Partners Albania e con il Comune di Tirana. Grazie a questo consorzio e insieme all'Agenzia Nazionale per la gestione dei beni Confiscati e Sequestrati (AAPSK), diventerà centrale ambire alla creazione un piano comune per lo sviluppo delle imprese sociali e sensibilizzare l'opinione pubblica sulle azioni e gli obiettivi di TWIST.Gli obiettivi del progetto TWIST sono:Accrescere le capacità delle Organizzazioni della Società Civile (OSC) per attivarsi efficacemente nel processo decisionale con le istituzioni locali e nazionali attraverso l'implementazione di esperienze di imprenditoria sociale, sia come modello di riutilizzo sociale dei beni confiscati che come buona pratica per lo sviluppo socio-economico della comunità;Aumentare lo sviluppo delle imprese sociali sia come modello di riutilizzo sociale dei beni confiscati sia come strumento civico per prevenire e combattere la criminalità organizzata a livello locale, nazionale ed europeo.L’approccio di costruzione a partire dalla comunità e l’azione di sensibilizzazione saranno due fattori importanti che garantiranno al progetto TWIST di rimanere nel tempo, grazie in particolare al maggiore coinvolgimento delle istituzioni locali come partner fondamentali per la gestione dei beni confiscati e all'attuazione delle imprese sociali da parte delle OSC come buone pratiche di riutilizzo sociale. Per questo motivo, sarà creato un team incaricato di facilitare le relazioni tra Organizzazioni della Società Civile (OSC) e i comuni interessati e di creare un dialogo sul progetto promuovendo iniziative locali e le azioni delle imprese sociali e delle OSC. Questo approccio aiuterà le Organizzazioni della Società Civile a diventare protagoniste a livello politico e sociale, aiutando dunque a contrastare la criminalità organizzata e a costruire un'economia più inclusiva che fornisca servizi, competenze, occupazione e sostegno ai gruppi emarginati.  Per maggiori informazioni: organizzazione@libera.it e  partners@partnersalbania.org Twist is co-funded by European Union - EuropeAid/171607/DD/ACT/AL 

The TWIST project: ToWards a new socIal entrepreneurShip model in confiscaTed assets in Albania

The new project TWIST - ToWards a new socIal entrepreneurShip model in confiscaTed assets in Albania has started!By the 1st of April Libera and its partners in the project, Partners Albania for Change and Development and Tirana Municipality, are involved with the organisation of the public launch of TWIST in Tirana, at the end of April.  The project TWIST will help Civil Society Organisations (CSOs) become more involved in local and national decision-making processes about confiscated assets and will encourage social entrepreneurship (SE) practices to increase social re-use of confiscated assets to prevent and combat organised crime (OC) at the local, national and European level.  TWIST - financed by the Delegation of the European Union to Albania - will involve Albanian citizens, particularly marginalised groups and those affected or at risk to be affected by OC in this 3-years action, focused on the reuse of confiscated assets for social purposes. This practice would allow communities and Civil Society Organisations (CSOs) to benefit from the resources stolen by OC, thanks to social entrepreneurship (SE) models.  The implementation of the project will promote a collective response in the fight against organised crime at local, national, and European levels, through the construction of social entrepreneurship paths in confiscated assets and generate new social and job opportunities which will positively affect vulnerable groups like victims of OC and domestic violence, minors, the elderly, people with disabilities, the unemployed, drug addicts, former prisoners, etc.  Albania has already carried out social re-use practices enabled by adoption of the Law No. 10192/2009 and the reconversion of confiscated assets into public properties, which helps to focus public spending in a more-effective direction in the interest of citizens. The project will build based on the experience of CAUSE, the first initiative in the country establishing social enterprises into three confiscated assets in the country and the WB region.    The implementing consortium of the project includes:Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafiePartners Albania For Change and Development Tirana Municipalityand the cooperation with: Agency for the Administration of Seized and Confiscated Assets (AAPSK)  The Italian association Libera is the Project Coordinator with a strong collaboration with the Albanian association Partners Albania and Tirana Municipality. Thanks to this consortium, together with the AAPSK, it would be fundamental to create a common plan for implementing SEs, and raising awareness about TWIST’s actions and goals.  TWIST’s Objectives are:Enhance CSOs capacities to an effective engagement in the decision-making process with local and national institutions through the implementation of social entrepreneurship both as a model of social reuse of confiscated assets and as a good practice for socio-economic development of the community; Increase the implementation of social entrepreneurship both as a model of social reuse in confiscated assets and as a civic tool to prevent and fight organised crime at local, national and European level;  Grass-roots and awareness-raising action will be two major factors that will ensure TWIST’s legacy.Enhanced involvement of local institutions as vital partners for the management of confiscated assets and the implementation of social enterprises by CSOs as good practice of social re-use, is crucial. For this reason, we will set up a team responsible for facilitating relations between CSOs and interested municipalities and creating dialogue by promoting local initiatives and the SE’s and CSO’s actions. This will help CSOs become protagonists at the political and social level, which will contribute to the fight against organised crime and build a more inclusive economy that provides services, skills, employment, and support to marginalised groups.  For more information: organizzazione@libera.it  and partners@partnersalbania.org   Twist is co-funded by European Union - EuropeAid/171607/DD/ACT/AL 

Libera Campania presenta un documento con strategie e proposte per valorizzazione e riutilizzo sociale dei beni confiscati

Secondo l’ultima mappatura di Libera, sono 138 in Campania le realtà sociali che gestiscono beni confiscati, per lo più associazioni e cooperative sociali. Settantadue di queste realtà, pari al 52%, hanno rigenerato gli immobili liberati dalla camorra grazie ad attività legate al welfare e alle politiche sociali, prendendosi cura di chi fa più fatica. Un universo variegato e multiforme, che dà corpo alla norma e allo spirito della Legge 109/96 e che va sostenuto e incoraggiato.Complessivamente secondo i dati dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (al 25 febbraio 2022) In Campania sono 3007 i beni immobili (particelle catastali) destinati ai sensi del Codice antimafia e sono invece in totale 3575 gli immobili ancora in gestione ed in attesa di essere destinati. Libera Campania richiama l’attenzione delle Istituzioni regionali sul tema della valorizzazione dei beni confiscati con un documento dal titolo “Il riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati in Campania. Visione, strategie, proposte”, presentato in occasione dell’apertura del Primo Forum espositivo dei beni confiscati promosso dalla Regione Campania. Il documento, frutto delle riflessioni e delle proposte emerse dall’Assemblea regionale dei soggetti gestori di beni confiscati alla camorra promossa da Libera Campania lo scorso 6 marzo presso il Castello Mediceo di Ottaviano, offre una serie di spunti di analisi in grado di fornire una risposta adeguata ad alcune criticità che ancora si registrano nel sistema di valorizzazione e riutilizzo sociale dei beni confiscati.Tra queste -commenta Libera Campania nella nota- l’esigenza di una più forte attenzione al coinvolgimento del Terzo Settore nella definizione delle politiche pubbliche che possono e devono trovare nei beni confiscati strumenti privilegiati. L’esperienza dimostra che co-progettazione e co-programmazione riescono a garantire l’efficacia e la produttività delle esperienze di riutilizzo e devono essere poste a fondamento dei percorsi di programmazione delle istituzioni pubbliche. Va ridimensionato il ricorso a bandi esclusivamente destinati ai Comuni e finalizzati alle opere di rifunzionalizzazione, rafforzando il sostegno alla gestione dei beni, sia in fase di start-up che di gestione ordinaria. Libera Campania chiede che, nella programmazione delle politiche pubbliche regionali, con riferimento anche alla programmazione europea 2021-2027, il tema dei riutilizzo dei beni confiscati diventi veramente trasversale. Gli interventi pubblici in materia di welfare, politiche sociali e socio-sanitarie, agricoltura, politiche abitative, accoglienza, cultura, lavoro, ambiente devono trovare nei beni confiscati un patrimonio e una risorsa privilegiati e insostituibili.Il ruolo dei Comuni, in questa filiera, rimane fondamentale, ma si scontra ancora con difficoltà, ritardi e, in non pochi casi, inadempienze. Occorre pertanto tornare ad investire sul rafforzamento della capacità della PA, attraverso percorsi di formazione e aggiornamento. Va poi incentivata la pratica del monitoraggio, sia sul fronte istituzionale - con un rafforzamento delle funzioni dell’Osservatorio regionale sui beni confiscati - che su quello civico, con strategie e interventi in grado di stimolare l’attenzione dei cittadini e la presa in carico delle esperienze di riutilizzo. In questa direzione deve andare anche lo sforzo di garantire la trasparenza integrale dei dati e delle informazioni. La Campania è in grado di esprimere un know how significativo, che però va ulteriormente rafforzato, anche dando piena attuazione della Legge regionale 7/2012 nelle sue varie previsioni e articolazioni, dal Piano strategico al ruolo dell’Osservatorio regionale. Uno sforzo che chiediamo perché siamo convinti che, attraverso il riutilizzo sociale dei beni confiscati, si possa costruire una nuova narrazione di questa terra e delle nostre comunità, a partire dal rovesciamento di senso legato al riuso degli immobili confiscati e dalla memoria viva delle vittime innocenti delle mafie. È per questo che Libera auspica, un indirizzo specifico delle Istituzioni nella direzione di favorire l’intitolazione dei beni confiscati e dei prodotti realizzati sui beni confiscati alle vittime innocenti della camorra e della criminalitàInfine, nel documento Libera esprime preoccupazione per il caso de La Balzana,uno dei più importanti e grandi beni confiscati in Italia, per il quale è stato definito un percorso che desta perplessità, perché, privilegiando la lottizzazione e l’utilizzo lucrativo dei terreni concessi in uso a operatori agricoli privati, è palesemente in contrasto con l'articolo 48 del Codice Antimafia. Un percorso costruito senza tenere in alcuna considerazione le proposte delle realtà sociali del territorio e le osservazioni sulla inadeguatezza dei progetti messi in campo, che appaiono totalmente disconnessi dalle reali esigenze del territorio.

Raccontati bene. I beni confiscati di Aemilia - a cura di Libera Emilia-Romagna

Centinaia di beni confiscati tra Reggio Emilia, Parma e Modena. Case, appartamenti, ville, terreni, garage, capannoni disseminati su tutto il territorio emiliano-romagnolo, ma in particolare nelle tre province: sono quelle più colpite dal processo Aemilia, procedimento all’interno del quale sono avvenute le confische raccontate nel dossier “Raccontati bene. I beni confiscati di Aemilia” di Libera Emilia-Romagna, realizzato grazie a un co-finanziamento della Regione Emilia-Romagna.Il dossier - prodotto grazie a un lavoro di mappatura, analisi e racconto che ha coinvolto non solo il coordinamento regionale dell’associazione ma anche i coordinamenti provinciali di Reggio Emilia, Parma e Modena - rappresenta una fase propedeutica all’attivazione territoriale di percorsi di sensibilizzazione e progettazione volti al pieno riuso sociale dei beni confiscati presenti sul territorio: lo scopo della mappatura e del racconto è che i beni rivivano e che lo facciano attraverso percorsi di evidenza pubblica e partecipati.I beni sono l’attestazione più evidente dell’attività criminale su un territorio. Le organizzazioni mafiose hanno necessità di investire, riciclare, accrescere il proprio potere economico attraverso gli investimenti e, nel percorso di radicamento e controllo sociale, di ostentare tali ricchezze. Ci sono, però contesti - come quello emiliano-romagnolo - nei quali il dato quantitativo dei beni sottratti alle organizzazioni mafiose non è rappresentativo dell'effettivo radicamento delle stesse.Il dossier “Raccontati bene” vuole quindi iniziare a tracciare una geografia dei segni del radicamento mafioso in Emilia-Romagna. Un radicamento che, tra Reggio Emilia, Modena e Parma, riguarda prevalentemente la ‘ndrangheta finita alla sbarra nel processo Aemilia e nei suoi filoni, ma non solo. Raccontare questi beni confiscati significa raccontare le modalità di infiltrazione e radicamento delle mafie in regione: raccontare, quindi, il passato, la storia di quei luoghi. Ma può voler dire raccontare anche il presente o il futuro: le possibilità di riutilizzo a fini sociali o istituzionali, di beni che possono tornare ad essere luoghi della comunità.Scarica il dossier per approfomndire. 

La confisca dei beni e il loro riutilizzo: una fotografia istituzionale dalla Commissione Antimafia

A 25 anni dall’approvazione della legge num. 109\96 e a 10 anni dall’approvazione del Codice Antimafia, la Commissione parlamentare antimafia pubblica la “Relazione sull’analisi delle procedure di gestione dei beni sequestrati e confiscati”, a cura del IX Comitato per l’analisi delle procedure di gestione dei beni sequestrati e confiscati alle mafie, avviata il 07 maggio 2019 e proseguita per oltre due anni.  Si tratta di un documento importante, che tiene insieme oltre 80 audizioni, con una panoramica completa su tutti gli attori coinvolti nell’iter di sequestro confisca e riutilizzo di un bene confiscato.Diverse delle analisi e proposte di Libera sono state fatte proprie dalla Commissione parlamentare.Da una prima lettura, proviamo qui di seguito a segnalare alcuni passaggi importanti, criticità e proposte di modifiche; l’obiettivo del lavoro del IX Comitato è quello di provare a proporre una proposta di legge nei prossimi mesi, che possa riformare il Codice Antimafia (D.Lgs. Num. 159\2011 e ss.mm.) nel modo migliore possibile. A pagina 105 della relazione, infatti, si legge: “Alla luce di quanto sopra illustrato emerge un quadro profondamente deludente: lo Stato non conosce esattamente il numero e la tipologia dei beni sequestrati e confiscati nei procedimenti di prevenzione ed ignora del tutto, in quanto non rilevati, quelli relativi al processo penale. Appare evidente che i dati, ove completi ed attendibili, sono fondamentali per valutare le dimensioni complessive dell’efficacia dell’azione delle istituzioni nell’aggressione patrimoniale alla criminalità organizzata.”. Benché sia fuorviante estrarre una sola frase da oltre 400 pagine di analisi e di proposte, queste parole spingono il movimento antimafia a determinare ancora di più la sua azione di monitoraggio e rilancio, attraverso il dialogo continuo con le istituzioni e il partenariato economico e sociale. Proviamo qui a mettere in risalto alcuni dei temi principali, che già negli scorsi mesi Libera ha approfondito e analizzato, con un focus particolare sui beni immobili, che sono preziosa risorsa per sostenere il terzo settore e il mondo del volontariato.  Dalle audizioni dei diversi Presidenti delle sezioni per le misure di prevenzione dei tribunali è risultato evidente come un migliore coordinamento tra le diverse azioni giudiziarie (dalle procure della Repubblica, tra procure circondariali e procura distrettuale, fino alla DIA e al questore) potrebbe velocizzare l’iter giudiziario, rendendo poi più agevole l’intero percorso del bene. Molti beni immobili, che ad oggi non riescono a essere destinati e assegnati sono bloccati per criticità che risalgono alla fase giudiziaria: errori di trascrizione catastale, decreti di confisca non completi, occupazioni abusive dei beni o confische per quota indivisa. Un aumento dell’organico in queste sezioni sarebbe d’aiuto nell’organizzazione del lavoro. Uno degli strumenti per risolvere, almeno in parte, questa difficoltà di comunicazione, è prevedere che ci sia un raccordo del flusso informativo tra le diverse banche dati attualmente operative (Ministero della Giustizia e Agenzia nazionale, in particolare). Una delle proposte arrivate in Comitato durante questi due anni di ascolto e di lavoro è della sezione capitolina delle misure di prevenzione: la sottoscrizione di un protocollo con ANBSC per poter armonizzare l’assegnazione provvisoria dei beni e delle aziende in fase di sequestro con la fase di gestione durante la confisca di secondo grado; questo permetterebbe una fluidità maggiore nel lavoro degli amministratori giudiziari e soprattutto una migliore perfomance del riutilizzo pubblico e sociale. Un protocollo così strutturato metterebbe a sistema anche tutte le informazioni e la documentazione sul bene e sulla sua situazione. Un “buco nero”, infatti, è rappresentato delle confische penali, delle quali anche il Ministero della Giustizia fatica a raccogliere qualsiasi tipo di dato reale, che possa poi essere una base di condivisione con gli altri organi (dalla DNAA all’Anbsc). Questo ha ripercussioni dirette sul lavoro dell’Agenzia, che si trova costretta a rallentare parte dei provvedimenti a suo carico diretto. Un’azione di coordinamento fondamentale dovrà essere operata anche a livello legislativo, tra le diverse misure che nel tempo si sono stratificate: razionalizzare maggiormente l’aggressione ai patrimoni dei mafiosi e dei corrotti, infatti, si tradurrebbe in una maggiore efficienza di tutti gli attori protagonisti di questo iter. Da più parti è stata evidenziata la necessità di trovare un metodo condiviso per poter procedere con delle destinazioni provvisorie, in fase di sequestro dei beni, che possano mantenere inalterate le condizioni strutturali degli immobili e delle attività aziendali, facilitandone poi il loro riutilizzo in fase di confisca definitiva. Proprio in linea con questa idea, Libera, insieme alla rete associativa e territoriale, sta monitorando la possibilità che si possano applicare le procedure di co-programmazione e co-progettazione (ex art 55 del Codice del Terzo Settore) alla fase di assegnazione dei beni confiscati da parte degli enti pubblici, e quindi dal momento della loro destinazione agli enti locali; sarebbe uno strumento utile a creare un raccordo forte tra la comunità territoriale (e i bisogni della stessa) e l’amministrazione pubblica. Le aziende sequestrate e confiscate, che da sempre hanno rappresentato un nodo cruciale per la lotta alle mafie e alla corruzione, ancora oggi sono al centro di una riflessione e approfondimento. Parte della loro sopravvivenza è legata alle linee di credito, che spesso vengono negate nel momento del sequestro; varie audizioni hanno riguardato direttamente questo tema, da quelle ai presidenti dei Tribunali fino a Banca d’Italia; la proposta, che la commissione ha più volte evidenziato nel testo, è quella di implementare gli strumenti finanziari per la gestione e la valorizzazione delle imprese (ex art. 41 del Codice Antimafia), soprattutto in considerazione della dimensione delle aziende, nella gran parte piccole e medie, che hanno difficoltà ad ottenere dei requisiti di patrimonializzazione tali da accedere a linee di sostegno ministeriali. La vera difficoltà per le aziende sequestrate e confiscate, però, è dover pagare il costo dello stato di illegalità in cui sono nate e hanno fondato la loro attività: lavoratori in nero o sottopagati, immobili con destinazioni d’uso irregolari, clienti e fornitori che abbandonano le commesse perché non ritengono di avere delle garanzie sufficienti o perché non hanno più il vincolo criminale. Su questo, il lavoro del MISE, della Banca d’Italia, delle associazioni professionali di categoria e anche dei sindacati dovrà trovare una concertazione e una linea comune di azione. La dignità dei lavoratori e le lavoratrici è, infatti, condizione fondamentale per la costruzione di una comunità libera dalle mafie e dalla corruzione. Affrontare il tema delle aziende chiama in causa anche la categoria degli amministratori giudiziari: l’ingente numero di sequestri e confische e la tipologia così variegata di imprese, richiede una gestione che sia di tipo performativo e non solo conservativo. Viene invocata da più voci, all’interno della relazione, una riforma del Codice Antimafia sul numero degli incarichi da affidare ad ognuno, mantenendo saldi i principi della trasparenza, dell’imparzialità e della proporzione.  La relazione non tralascia i passi in avanti compiuti a livello internazionale, rafforzati dalla direttiva europea EU 2014\42 e dal regolamento EU 2018\1805, che vanno nella direzione di migliorare il raccordo tra i diversi stati membri e le loro procura. Libera, attraverso la rete CHANCE, sta realizzando un lavoro di monitoraggio e di analisi dell’applicazione di queste normative (in particolare dell’articolo della direttiva che suggerisce agli Stati Membri il riutilizzo pubblico e sociale) e sulla possibilità che i fondi europei di coesione possano essere uno strumento comunitario di valorizzazione degli immobili confiscati.  Rilevante, ovviamente, è la parte dedicata all’ascolto dell’ANBSC, organo centrale nell’iter di confisca e destinazione, e dei direttori che si sono succeduti durante il periodo di lavoro del IX Comitato, il prefetto Bruno Frattasi e il prefetto Bruno Corda. Registriamo, come Libera ha più volte evidenziato nelle note associative, gli enormi ritardi accumulati per rendere l'Agenzia pienamente in grado di assolvere alle sue funzioni, pur riconoscendo che negli ultimi anni sono stati fatti dei passi in avanti, che hanno portato al miglioramento dell’amministrazione che possiamo considerare come il perno centrale di tutto l’iter di confisca e riutilizzo dei beni, pur con un organico ancora ridotto. Le Linee guida per l'amministrazione finalizzata alla destinazione degli immobili sequestrati e confiscati, per esempio, hanno riconosciuto il ruolo propulsivo del terzo settore e rimarcato in maniera decisa l’importanza di considerare la vendita dei beni come ultima ratio e non come procedura standard. Nel luglio 2020, inoltre, è partito il primo bando per l’assegnazione diretta di beni immobili, prima sperimentazione in linea con quanto predisposto dall’art. 48 del Codice Antimafia. Oltre 1000 lotti da assegnare a soggetti del terzo settore, con una clausola di preferenza laddove l’ente territoriale avesse espresso la volontà di prendere il bene nel suo patrimonio demaniale. Su questo punto, controverse sono state le dichiarazioni di alcuni enti auditi, tra cui l’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani): secondo il presidente De Caro, infatti, una delle criticità è stata quella di scegliere solo beni inoptati in precedenza dalle amministrazioni locali, senza una verifica preliminare e specifica delle condizioni strutturali e procedurali dello stesso. Come riporta l’Anci nella sua audizione, sarebbe stato forse auspicabile un raccordo più stretto con le amministrazioni, per fare in modo che i risultati potessero essere ancora più incisivi. La stessa ANCI, inoltre, ha riferito che apparirebbe preferibile un’assegnazione provvisoria agli enti locali anziché aspettare anni per la destinazione del bene, spesso non verificandone le condizioni di degrado o di occupazione abusiva, accumulando debiti.I risultati delle assegnazioni e il monitoraggio dei lotti rimasti senza destinazione, potranno restituire un quadro sicuramente più completo e indicare la strada da seguire per i prossimi bandi. L’attuale direttore dell’Agenzia nazionale, il prefetto Corda, ha riportato durante la sua audizione i dati dei beni in gestione al 31 marzo 2021 (18.518 immobili; 2.929 aziende, di cui 1.149 inattive fin dalla data del sequestro e da liquidare), e ha presentato alcuni dei progetti ancora in corso tra cui “Spazi per ricominciare”, che ha messo a disposizione oltre 200 unità alle imprese per fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica legata al Covid-19.Nel corso del 2020 ANBSC ha effettuato un monitoraggio istituzionale su circa 6.000 beni siti in 579 comuni per verificare l’effettivo utilizzo a fini sociali: la rilevazione, ancora in corso, ha avuto risposte da metà del campione con una percentuale di riuso pari a circa il 50%, quota ritenuta decisamente bassa. Al 20 febbraio 2021, su 2.176 comuni ove insistono beni, solo 795 dispongono delle credenziali e ben 1.381 non hanno accesso al sistema Open Regio; un simile dato trova conferma anche nella ricerca rimanDATI, realizzata da Libera nell’autunno del 2020, che attesta che oltre il 60% dei Comuni non è trasparente nella condivisione dei dati sui beni confiscati, attraverso l’elenco obbligatorio da pubblicare in Amministrazione trasparente. Questo evidenzia, ancora una volta, come sia necessario predisporre ulteriori interventi di sostegno e formazione per gli amministratori locali, che sono la parte terminale di un percorso lungo e tortuoso. In questo, ben si colloca il vademecum che viene allegato nella seconda parte della relazione, con modelli che seguono le tappe fondamentali del lavoro degli enti locali e che fornisce una rapida guida ai termini chiave di questa disciplina. Pagine che ci auguriamo possano diventare strumento di lavoro per tutte le amministrazioni, a prescindere dalle loro dimensioni e dalla concentrazione di beni sul territorio, ma soprattutto che possano richiamare ognuno degli attori impegnati alla costruzione di una comunità alternativa a quella mafiosa. Tra le proposte che il IX Comitato ha redatto a proposito del rafforzamento dell’Agenzia stessa, anche sulla base della relazione che la Corte dei Conti ha pubblicato nel 2016, una delle indicazioni riguarda la figura del Direttore. Per evitare che ci sia un avvicendamento nelle cariche come si è verificato finora (7 direttori diversi in 11 anni di attività istituzionale), si auspica che, come già accade per la magistratura, i direttori possano assicurare almeno quattro anni di servizio prima della data di ordinario collocamento a riposo. Ugualmente, il Comitato chiede che si possa implementare l’organico dell’Agenzia con un magistrato, con esperienza specifica nel campo dei sequestri penali e di prevenzione e di gestione, collocato fuori ruolo, per affrontare i frequenti problemi giuridici senza aspettare le riunioni del Consiglio direttivo e supportare, in modo rapido ed efficiente, le direzioni generali. “Progettare, programmare ed attuare un disegno strategico”, per citare le parole della relazione stessa, sono attività che richiedono un organico stabile e con una conoscenza profonda e consapevole del complesso mondo del sequestro e della confisca.  In ultimo, solo un breve passaggio sul tema del sostegno economico e finanziario, che in molti casi rappresenta un discrimine nella fase di richiesta del bene da parte dei Comuni e degli enti locali, come ribadito più volte durante l’intervento di Anci.Ad oggi, oltre alle risorse finanziarie di fondazioni ed enti privati, non possiamo non citare le Politiche di Coesione e i Fondi Europei, in particolare con la Strategia nazionale per la valorizzazione dei beni confiscati attraverso le politiche di coesione, redatta nel 2018 dall’ANBSC unitamente alla Ragioneria Generale dello Stato, al Dipartimento per le politiche di coesione e all’Agenzia per la coesione territoriale. Secondo quanto riportato durante l’audizione in Comitato dal direttore generale pro-tempore dell’ACT Massimo Sabatini, ad oggi l’utilizzo di queste risorse è ancora sottovalutato, per diverse e complesse ragioni. Nell’attuale ciclo di intervento europeo (programmazione 2014-2020), le politiche di coesione hanno finanziato 188 progetti per un importo pari a 144,6 milioni di euro. L’avanzamento complessivo, in termini di impegni su finanziamento totale pubblico, è pari al 21 per cento, mentre quello in termini di pagamenti su impegni è del 37,3 per cento (di cui la maggiore concentrazione è a carico del PON Legalità 2014-2020 affidato al Ministero dell’interno). Se da una parte, per i piccoli Comuni non è sempre facile avviare delle pratiche di progettazione e di rendicontazione di questi fondi, è importante che si trovi il modo di affiancare gli amministratori e fare in modo che sia sempre più agevole la fase di valorizzazione e di ristrutturazione di questi beni, alla luce del Piano nazionale di ripresa e resilienza e della programmazione europea 2021\2027 in fase di definizione proprio in questi mesi. Tra le indicazioni raccolte dal Comitato, inoltre, è importante rilevare come si sia raccomandato di prevedere l’utilizzo di una quota del Fondo Unico Giustizia, dove confluiscono le liquidità sequestrate e confiscate. La strada che abbiamo tracciato in questi ventisei anni di impegno associativa, continua con responsabilità, attraverso le comunità monitoranti e le proposte di lavoro comune: nelle prossime settimane approfondiremo le singole proposte del Comitato, coinvolgendo in questa lettura anche la nostra rete associativa e territoriale, con l’obiettivo di poter progettare sempre meglio azioni di giustizia sociale e nuovi modelli di sviluppo territoriale.