Il patrimonio (disperso) dei beni confiscati in Italia

jenkin
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Decine di migliaia di beni tra abitazioni, terreni, esercizi commerciali e aziende, confiscati un po’ in tutta Italia, ma in grande maggioranza nelle regioni del Sud. È una mappa variegata e complessa quella che emerge dai dati complessivi dell’Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) che dal 2010 ha la responsabilità di gestire materialmente tutto ciò che viene confiscato alle mafie attraverso i vari passaggi di confisca definitiva, identificazione di un ente destinatario e consegna finale per un riuso utile alla collettività.

Tutti i dati su questo immenso patrimonio sono pubblicati sul sito ufficiale dell’Agenzia, al momento aggiornato al 7 gennaio 2013, e ripubblicati in formato aperto e riutilizzabile dal progetto Confiscati Bene.

Tra immobili e aziende

I dati pubblici riguardano solo immobili e aziende e non sono molto puntuali e dettagliati, anche perché per pochi beni è disponibile il testo integrale del decreto di confisca e di quello di eventuale destinazione. Si tratta comunque di 13.971 beni confiscati fino al 7 gennaio 2013, di cui 12.266 immobili (case, edifici di attività commerciali, terreni, ecc.) e 1.705 aziende. Tra gli immobili, 1.073 sono in realtà non confiscati in via autonoma, il che vuol dire che fanno parte del patrimonio di un’attività confiscata, ma non hanno un decreto di confisca specifico. Del totale dei beni, poi, 973 sono definitivamente usciti dalla gestione dello Stato (477 immobili e 496 aziende), sia perché definitivamente venduti, sia perché demoliti o falliti. A vario titolo a disposizione dello Stato, quindi, ci sono 11.925 beni, di cui 10.716 immobili e 1.209 aziende. I beni che risultano in gestione direttamente all’Agenzia sono 5.195 (3.986 immobili e 1.209 aziende). Nel grafico è raffigurato il processo di gestione dei beni, dalla confisca all’eventuale consegna all’ente destinatario, con lo spessore dei vari flussi proporzionale al numero di beni coinvolti (grafico prodotto con RAW).

Le ultime informazioni quantitative ufficiali disponibili sul patrimonio gestito dall'Agenzia, più recenti rispetto a quelle pubblicate fino a questo momento, sono reperibili nella relazione di Roberto Garofoli, Presidente della “Commissione per l’elaborazione di proposte per la lotta, anche patrimoniale, alla criminalità” del 23 gennaio 2014. Si legge nel documento che “ammonta a 12.946 il totale dei beni confiscati definitivamente, di cui l’89,3% (dunque 11.556 beni) si trova dislocato nelle regioni a maggiore incidenza criminale (Sici­lia, Campania, Calabria, Lombardia, Puglia). Sul totale sopra riportato 11.238 sono i beni immobili e 1.708 le aziende, di cui 1.211 sono affidate alla gestione dell'Agenzia”. In merito a questo patrimonio aziendale, che si traduce anche in posti di lavoro, si sottolinea che "il 90% di quelle sequestrate perviene in stato di insolvenza al momento della confisca definitiva, con grave dispersione di occasioni di rilancio economico e di possibili introiti erariali".

Il valore dei beni confiscati

Nello stesso documento si aggiunge anche che “i ricavi [delle organizzazioni criminali] ammonterebbero all'1,7% del PIL, variando, a seconda delle metodologie seguite, da un mini­mo di 18 miliardi a un massimo di 34 miliardi di euro”. Il valore totale delle confische risulta molto rilevante nel confronto con queste cifre complessive e sta aumentando: “nel solo 2012 sono stati sottratti beni alla criminalità per un valore di 1.152.668.541 di euro a titolo di prevenzione patrimoniale, in netta crescita rispetto ai due anni precedenti”. Il 21 novembre l’ex direttore dell’Agenzia, Roberto Caruso, aveva avanzato una stima complessiva del valore di tutti i beni confiscati, pari a circa 10 miliardi di euro, durante una conferenza al Viminale. Dal 18 giugno scorso l'Agenzia è diretta dal prefetto Umberto Postiglione che ora deve vedersela anche con la Corte dei Conti: "presenza di risorse ancora in sequestro, alcune risalenti addirittura agli anni ’80, per le quali non risultano intervenuti provvedimenti definitivi di confisca, restituzione o versamento al bilancio statale", "mancata volturazione (annotazione in un registro pubblico di un atto di trasferimento, ndr) al Fondo di molte delle liquidità oggetto di sequestro e di confisca", "diffusa abitudine degli amministratori giudiziari a non soddisfare gli obblighi di rendicontazione", e via via su questo tono. Tutte irregolarità riscontrate nella relazione "Lo stato di attuazione e i problemi di operatività del Fondo Unico Giustizia (FUG)" resa pubblica il 4 agosto scorso, che stima la dimensione del fondo a poco meno di 3 miliardi e mezzo di euro.

Un'agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione che amministra male e destina poco

Non tutto è certamente denaro liquido, ma si tratta di una ricchezza potenziale notevole, in buona parte costituita da beni come abitazioni e edifici che possono essere riqualificati e restituiti alla legalità e alla società. Per rendere virtuoso questo processo di confisca - gestione - riutilizzo è necessaria la massima trasparenza ed efficienza, soprattutto da parte di un’Agenzia che ha proprio questo compito nella sua ragion d’essere.

Purtroppo la lettura dell’ultima relazione della Commissione Antimafia sulle prospettive di riforma del sistema di gestione dei beni sequestrati e confiscati, presentata alla Camera dei Deputati il 10 aprile scorso, lascia qualche perplessità. Riguardo la piattaforma informatica integrata, infatti, vi si legge che “per il progetto sono stati stanziati all’interno del PON Sicurezza nel complesso 7.263.600 euro, di cui 4.300.174 dall’Unione europea e 2.963.426 dallo Stato italiano. [...] Ne risultano già liquidate somme per 6.059.680, pari all'83 per cento del totale". Si tratta di dati pubblicamente disponibili sul portale di OpenCoesione. "La realizzazione del bando avrebbe dovuto avere inizio nell'aprile 2011 e terminare nel settembre 2012. Questo programma, ad oggi, risulta non operativo, e per la gestione del database dei beni l’Agenzia nazionale per i beni confiscati utilizza ancora quello predisposto a suo tempo dall'Agenzia del demanio. Sullo stesso sito dell’Agenzia i dati sono fermi al 7 gennaio 2013. Nella relazione dell’Agenzia per i beni confiscati relativa al 2012 (quella per il 2013 non è stata ancora resa nota) si affermava che il sistema sarebbe stato messo in funzione entro i primi mesi del 2013”. Ritardi ingiustificati che a questo punto non stupiscono, alla luce della relazione della Corte dei Conti appena letta.

Confiscati bene

A metà del 2014 non si ha dunque ancora traccia di questo nuovo sistema e i dati sul fenomeno sono dispersi su un sito dell’Agenzia non aggiornato da un anno e mezzo, all'interno della banca dati rigorosamente non pubblica del Ministero della Giustizia (SIPPI, i cui dati recenti sono stati analizzati e presentati alla Camera dal Ministero della Giustizia il 4 dicembre dello scorso anno), e infine tra le pagine di una miriade di siti e portali comunali, provinciali o regionali, che in teoria sono obbligati per legge a "formare un apposito elenco dei beni confiscati ad essi trasferiti, che viene periodicamente aggiornato. L'elenco, reso pubblico con adeguate forme e in modo permanente, deve contenere i dati concernenti la consistenza, la destinazione e l'utilizzazione dei beni nonché, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l'oggetto e la durata dell'atto di concessione" (Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, articolo 48, comma 3, lettera c). A tutto questo poi si aggiungono le associazioni e comunità di cittadini attivi, che riportano molte e preziosi informazioni sul patrimonio presente nel proprio territorio o destinato direttamente alla loro gestione.

Un caos informativo, dunque, a cui Confiscati Bene vuole cominciare a porre rimedio, aggregando in forma riusabile e aperta tutti i dataset ufficiali, non solo quelli dell'Agenzia, affinché la trasparenza riguardo questo fenomeno non sia un accessorio o un abbellimento, ma uno strumento concreto per un’efficace azione di contrasto alla criminalità organizzata, anche da parte della società civile.