Il Glossario di Confiscati Bene 2.0

Tutto quello che c'è da sapere sulla trasparenza dei beni confiscati, dalla A alla Z

Accesso civico ai dati: che cos’è e come si usa per i beni confiscati

L’accesso civico è uno strumento potentissimo che, grazie alla Legge 190 del 2012 per la prevenzione della corruzione, ciascuno di noi può utilizzare per esercitare il suo diritto di sapere come ogni Pubblica Amministrazione spende le nostre risorse, si organizza al suo interno, prende le decisioni per nostro conto, incluso dati e informazioni sui beni confiscati.

Esistono due forme di accesso:

  • L’accesso civico semplice.

    È nostro diritto utilizzare gratuitamente questo strumento quando l’Ente pubblico non ha messo online, nella sua pagina “Amministrazione trasparente”, un dato che la legge prevede invece come obbligatorio. Se parliamo di beni confiscati, allora l’obbligo dei Comuni è pubblicare l’elenco di quelli trasferiti al proprio patrimonio, aggiornato mensilmente e in formato aperto; pena una sanzione al dirigente responsabile. Attraverso Confiscati bene 2.0, mettiamo a tua disposizione “Chiedi ai comuni”, un tool che ti permette, al grido di #escilibene e con pochi semplici click, di utilizzare proprio l’accesso civico semplice quando questi dati sono mancanti, sono incompleti, non sono aggiornati.

  • L’accesso civico generalizzato o Foia.

    Questa forma di accesso, ispirata alle normative internazionali del Freedom of information act, da cui l’acronimo Foia e introdotta dal Decreto legislativo 97 del 2016, consente di richiedere specifici dati anche quando le amministrazioni non sono obbligate in tal senso. È uno strumento attivabile quando non si hanno elementi sufficienti, con la sola “Amministrazione trasparente”, a capire quello che sta avvenendo nella gestione del bene comune. Un esempio può essere chiedere, all’Ente pubblico finanziatore, l’elenco di Comuni che hanno partecipato a un bando per la ristrutturazione di beni confiscati. Se vuoi fare un accesso Foia scrivici nel forum Partecipa.

Amministratore giudiziario di beni confiscati: chi è e che cosa fa

L’amministratore giudiziario è una delle figure istituzionali che entra in gioco nella complessa partita dei beni confiscati. La sua azione si compie dalla fase della misura del sequestro fino all’emissione del provvedimento di confisca di secondo grado. Da questo momento in poi, è direttamente l’Agenzia nazionale che si occupa della gestione del bene con il supporto di un coadiutore, che coincide con l’amministratore giudiziario stesso. L’amministratore cura i beni strettamente per conto dello Stato: significa che non diventano suoi e quindi non ne può disporre come vuole. Per garantirne l’efficienza e la trasparenza e per evitare casi di mala gestione che pure si sono verificati, il Codice Antimafia ha stabilito una serie di norme che regolano la nomina degli amministratori da parte del Tribunale.

Gli amministratori sono scelti tra gli iscritti ad un apposito Albo, secondo principi di trasparenza che assicurino la rotazione degli incarichi e ne evitino il cumulo. Gli amministratori che si trovano a gestire aziende sequestrate vanno scelti tra gli iscritti all’Albo come esperti di gestione aziendale, perché occorre essere infatti fortemente competenti in materia.

Se la gestione dei beni sequestrati è poi particolarmente complessa, il Tribunale può nominare più amministratori giudiziari. Inoltre, nei casi di aziende di particolare interesse socio-economico, l’amministratore può essere individuato tra gli esperti iscritti all’Albo e indicati tra i suoi dipendenti da Invitalia Spa.

Il Codice Antimafia vieta esplicitamente che possa essere indicato come amministratore giudiziario, coadiutore o diretto collaboratore il coniuge, i parenti e gli affini, i conviventi o i commensali abituali del magistrato che conferisce l’incarico.

Il compito dell’amministratore termina al cominciare del ruolo di associazioni e realtà civiche che riusano i beni a fini sociali. Sono queste esperienze che vogliamo raccontare con Confiscati bene 2.0.

Amministrazione trasparente: dove puoi trovare l’elenco sui beni confiscati del tuo Comune (assieme a tanti altri dati)

“Amministrazione trasparente” è la pagina, contenuta nei siti internet di tutti gli Enti pubblici o semi-pubblici (dal tuo Comune ai ministeri, dalle camere di commercio alle Aziende sanitarie, dalle società partecipate alle autorità portuali), in cui trovi una grande quantità di informazioni e dati relativi a come quegli stessi Enti spendono risorse, si organizzano, prendono le decisioni. È il Decreto legislativo 33 del 2013 che indica esattamente cosa va obbligatoriamente pubblicato. “Amministrazione trasparente” è il primo strumento che ogni cittadino monitorante è chiamato a utilizzare per avere consapevolezza dell’immensa mole di dati pubblici che già sono sono disponibili online. Una delle informazioni contenute in questa sezione è l’elenco dei beni confiscati, che quasi sempre troverai alla voce “Beni immobili e gestione del patrimonio”. Se l’elenco non è presente possono esserci due ragioni: o il Comune non ha beni trasferiti al proprio patrimonio, oppure non ha ancora online il loro elenco. In quest’ultimo caso, chiedili, utilizzando l’accesso civico semplice, cosa che ti rendiamo semplice fare con Chiedi ai Comuni.

ANBSC: chi è e che cosa fa l'Agenzia Nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata

L’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) è un soggetto di diritto pubblico con personalità giuridica ed è stata istituita con la Legge n. 50 del 31 marzo 2010 (che convertiva in legge il precedente Decreto n. 4 del 4 febbraio 2010). La disciplina è poi confluita nel Codice Antimafia, che ne regola il funzionamento e i compiti.

Come suggerisce il nome stesso, l’Agenzia nazionale si occupa dell’amministrazione, della gestione e della destinazione di tutti i beni confiscati presenti sul territorio nazionale. La sua istituzione, fortemente voluta da Libera, è stata la risposta all’esigenza di riunire in capo ad un unico soggetto tutte le competenze in materia di beni confiscati, dapprima disseminate tra Enti diversi, nel tentativo di facilitare i vari passaggi istituzionali. Fino al decreto di confisca di secondo grado, l’Agenzia svolge un ruolo di ausilio e supporto all’autorità giudiziaria. Dopo, si fa carico direttamente della gestione dei beni.

Openregio è il sito di dati sui beni confiscati messo a disposizione dall’Agenzia nazionale.

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Beneitalia: la ricerca di Libera da cui siamo partiti

Beneitalia, redatta nel 2016 da Libera con il sostegno di Fondazione Charlemagne, è una ricerca sui beni confiscatialle mafie e riutilizzati socialmente.

La ricerca ha risposto a due esigenze. La prima è colmare una lacuna informativa e mettere i risultati emersi al servizio del compito istituzionale dell’Agenzia nazionale e di tutti gli attori, pubblici e privati, coinvolti nei processi di valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. La seconda è far conoscere le potenzialità positive di questi luoghi attraverso la diffusione di dati trasparenti, aggiornati e pubblici sui beni riutilizzati.

BeneItalia ha infatti censito e mappato, al momento della sua prima pubblicazione, 524 realtà sociali tra associazioni e cooperative (oggi ne contiamo circa 800) che gestiscono beni confiscati in tutta Italia, prevalentemente appartamenti, ville e terreni.

Il nuovo ciclo di Confiscati bene 2.0 parte proprio dagli esiti e dallo stile di quel lavoro rinnovandolo nella forma: raccogliendo dati tramite l’azione civica delle comunità monitoranti e non più di un gruppo ristretto di ricercatori; incoraggiando i soggetti gestori a farsi promotori diretti della loro conoscibilità e rendicontabilità; coinvolgendo i soggetti istituzionali nella proposta.

Soprattutto, il lavoro è finalizzato ad “aprire” (mettendoli online) e aggiornare costantemente gli stessi dati di Beneitalia e più in generale a rendere di tutti il patrimonio di conoscenze accumulato da Libera in oltre 20 anni di azione sui beni.

Beni confiscati: che cosa sono, in 1000 parole

I beni confiscati sono il modo migliore che abbiamo per colpire le mafie attaccandole nei loro patrimoni, indebolirle economicamente e simbolicamente.

Anzitutto, deve esser chiaro che esistono due modi per confiscare un bene a un mafioso. Uno legato al diritto penale: si sottraggono i beni dei clan che, lo si dimostra con un processo e una condanna definitiva, sono oggetto, frutto o mezzo di commissione di reato. La legge parla di “strumenti, prodotto o profitto”: significa che possono essere confiscati tutti quei beni che si sono ottenuti a seguito di un crimine oppure sono serviti per commetterlo.

Il secondo modo per ottenere una confisca, quello sicuramente più rivoluzionario, è la cosiddetta misura di prevenzione patrimoniale: posso cioè confiscare un bene non a seguito di un fatto concreto commesso dal mafioso, ma perché la persona a cui si confisca non riesce a dimostrare la sproporzione tra il suo tenore di vita (possibile per mezzo di quei beni) e il reddito che dichiara, senza il bisogno di dover provare in sede di processo penale la commissione di un reato (ecco perché si parla di confisca in assenza di condanna).

Quest’ultima intuizione, concepita ed elaborata da Pio La Torre all’inizio degli anni ‘80, è divenuta legge dello Stato con la 646 del 1982, nota come Legge Rognoni-La Torre, approvata il 13 settembre del 1982, a pochi giorni dagli omicidi dello stesso Pio La Torre (Palermo, 30 aprile 1982) e del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (Palermo, 3 settembre 1982). La storia della legislazione antimafia in materia di sequestro e confisca dei beni corrisponde infatti a un pezzo di storia del nostro Paese, anche, anzi soprattutto attraverso la memoria di quanti hanno speso la loro vita, fino all’estremo sacrificio, per consentirci oggi di guardare ai beni confiscati come beni comuni al servizio dei territori e delle persone che li abitano.

Esistono diversi gradi di confisca prima di arrivare a quella definitiva, ma la prima cosa che avviene è il sequestro del bene, da intendere come una sorta di congelamento dello stesso, che non può più essere utilizzato dal mafioso, ma che ancora non passa al patrimonio dello Stato. Da questo momento, i beni vengono affidati alla cura dell’amministratore giudiziario. La fase successiva è quella della confisca di primo grado, un ulteriore provvedimento, ancora di natura temporanea, istituito per mantenere fermo il sequestro e avviare il procedimento che condurrà poi alla confisca di secondo grado e infine a quella definitiva. Fino al decreto di confisca di secondo grado, l’Agenzia nazionale svolge un ruolo di ausilio e supporto all’autorità giudiziaria. Occorrerà attendere la confisca definitiva per poter dire di esserci effettivamente ripresi quel bene: questa avviene dopo una intensa fase dibattimentale in cui va a vuoto ogni tentativo, da parte del mafioso, di dimostrare che 2+2 fa … 5, ossia provare che non sia provento di arricchimento illecito. È a questo punto che il bene passa effettivamente a essere un bene comune. Pur con grossi limiti, dal 2017 il Codice Antimafia prevede anche la confisca ai corrotti, ma solo qualora venga riconosciuto il vincolo associativo. Sono proprio queste due ultime parole a mettere in crisi la possibilità di utilizzare efficacemente la norma, essendo molto difficile, per i magistrati, dimostrarlo e procedere a confisca. Resta tantissimo da fare quindi a riguardo.

Col tempo, ci si è resi conto che rimaneva inevasa una domanda: che fine avrebbero fatto i beni tolti ai mafiosi? Libera ha provato a dare una risposta sulla base di una nuova rivoluzionaria intuizione: i beni confiscati devono essere restituiti alla collettività attraverso il loro riutilizzo sociale. Proprio con questo obiettivo dunque, appena nata, Libera ha avviato una petizione popolare che, grazie al coinvolgimento di oltre un milione di cittadini, ha portato all’approvazione di un’altra legge fondamentale. La 109 del 1996, approvata il 7 marzo, stabilisce come i beni confiscati non possano avere altra funzione se non quella di servizio alla società: devono tornare cioè alle comunità alle quali sono stati sottratti con la violenza e diventare servizi, scuole, strumenti e luoghi di lotta al disagio.

Nel corso degli anni, la legislazione in materia di beni confiscati, grazie anche a diverse iniziative dal basso, è stata arricchita e aggiornata con l’obiettivo di renderla sempre più efficace. Con l’approvazione del Codice Antimafia si è cercato di dare organicità alla materia. Su questo testo poi, la Legge n. 161 del 2017 è intervenuta con una serie di modifiche proposte con l’obiettivo di superare criticità nell’applicazione della normativa. In ultimo, c’è il Decreto Sicurezza che parla di vendita dei beni ai privati, su cui non siamo d’accordo.

Il riutilizzo sociale dei beni confiscati è infatti l’unico strumento di contrasto alle mafie in grado di tenere insieme più dimensioni: da quella repressiva e giudiziaria a quella politica, da quella economica a quella sociale e culturale. I beni confiscati sono tutto questo: un atto di giustizia; una vera e propria iniezione di fiducia nella forza delle Istituzioni democratiche; uno strumento di economia e di lavoro vero; un’opportunità di riscatto e dignità per i territori e le persone che li abitano; luoghi dall’altissimo valore simbolico, in grado di dimostrare che, se ognuno fa la sua parte, le mafie sono tutt’altro che invincibili. In Italia il numero dei sequestri e delle confische ha raggiunto ormai una dimensione patrimoniale, economica e finanziaria considerevole e i numerosi beni sottratti alle mafie costituiscono una straordinaria opportunità di welfare e di inclusione, di promozione cooperativa e di imprenditorialità giovanile, di tutela del lavoro e di economia sociale. Ecco perché è così importante la loro valorizzazione e promozione.

Le tipologie di beni confiscati sono tre: beni mobili (auto, moto, natanti, denaro), beni immobili (appartamenti, ville, terreni, palazzi, box, autorimesse, capannoni) e beni aziendali (aziende, quote e partecipazioni societarie). Per loro, il Codice Antimafia stabilisce percorsi diversi.

La categoria sulla quale maggiormente incidono le misure di prevenzione è sicuramente quella dei beni immobili. Secondo l’articolo 48 del Codice Antimafia, tali beni possono essere mantenuti al patrimonio dello Stato per “finalità di giustizia, ordine pubblico e protezione civile” e dunque messi a disposizione di altre Amministrazioni statali (un esempio classico è quello delle caserme delle Forze dell’Ordine). In alternativa, i beni immobili vengono trasferiti in via prioritaria ai Comuni (in via secondaria alle Province e alle Regioni). Gli Enti territoriali, a loro volta, possono amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento (sostanzialmente attraverso procedure ad evidenza pubblica) a una serie di soggetti sociali indicati dalla legge: associazioni, cooperative, gruppi, comunità. Sono queste realtà a garantire la piena applicazione dello spirito della legge 109/96, trasformando i luoghi simbolo del potere mafioso in luoghi di riscatto e dignità, al servizio soprattutto di chi fa più fatica.

Beni in gestione e beni destinati: una differenza su cui si fa confusione

I beni confiscati, siano essi immobili o aziende, vengono classificati dall’Agenzia nazionale in due categorie: quella dei beni in gestione e quella dei beni destinati.

Alla prima categoria appartengono tutti quei beni che, per diverse ragioni (l’iter giudiziario è ancora in corso, esistono criticità che bloccano le procedure), non sono ancora stati trasferiti ad altre Amministrazioni dello Stato o agli Enti locali e, dunque, sono ancora sotto la gestione dell’Agenzia stessa.

I beni destinati, invece, sono quelli per i quali le procedure sono giunte al termine e dunque è stato possibile procedere alla destinazione, sia per finalità istituzionali sia per finalità sociali. Questo non significa necessariamente che questi beni siano stati anche riutilizzati. Molti beni infatti, anche dopo la destinazione e il trasferimento ai Comuni, rimangono ancora inutilizzati.

Ed è in questa fase che, anche come cittadini, è necessario lavorare per facilitare e velocizzare le procedure di restituzione sociale, attraverso un’azione di monitoraggio civico.

Biciclettata monitorante sui beni confiscati: come si fa e perché

La biciclettata monitorante è un’azione diretta di monitoraggio civico dei beni confiscati, già sperimentata in occasione di campi tematici di E!state Liberi dedicati al tema della trasparenza dei beni stessi. Ci ispiriamo alle critical mass, storico strumento di attivismo dal basso, rinnovandole nel significato.

Il fine della biciclettata è visitare di persona e in un folto gruppo, indossati gli occhiali dei cittadini monitoranti, i beni confiscati di uno stesso territorio, al fine di: verificare l’esattezza delle informazioni contenute negli elenchi comunali o di Openregio; creare e condividere dati civici circa la vita stessa del bene (se è vissuto, se è ben utilizzato, se sta generando cambiamento sul territorio), anche attraverso foto e video; intervistare i soggetti gestori al fine di tramutare le loro parole in dati, che verranno messi a disposizione di tutti in Confiscati bene 2.0. Abbiamo fatto biciclettate monitoranti con i giovani di E!state Liberi a Isola di Capo Rizzuto (Calabria) nell’estate del 2017, a Erbé (Veneto) e Battipaglia (Campania) nell’estate del 2018.

C

Categorie di beni confiscati: quali sono

Le tipologie di beni confiscati sono tre: beni mobili (auto, moto, natanti, denaro), beni immobili (appartamenti, ville, terreni, palazzi, box, autorimesse, capannoni) e beni aziendali (aziende, quote e partecipazioni societarie). Per loro, il Codice Antimafia stabilisce percorsi diversi.

La categoria sulla quale maggiormente incidono le misure di prevenzione è sicuramente quella dei beni immobili. Secondo l’articolo 48 del Codice Antimafia, tali beni possono essere mantenuti al patrimonio dello Stato per “finalità di giustizia, ordine pubblico e protezione civile” e dunque messi a disposizione di altre Amministrazioni statali (un esempio classico è quello delle caserme delle Forze dell’Ordine). In alternativa, i beni immobili vengono trasferiti in via prioritaria ai Comuni (in via secondaria alle Province e alle Regioni). Gli enti territoriali, a loro volta, possono amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento (sostanzialmente attraverso procedure ad evidenza pubblica) a una serie di soggetti sociali indicati dalla legge: associazioni, cooperative, gruppi, comunità. Sono queste realtà sociali a garantire la piena applicazione dello spirito della legge 109/96, trasformando i luoghi simbolo del potere mafioso in luoghi di riscatto e dignità, al servizio soprattutto di chi fa più fatica.

Cittadini e comunità monitoranti: chi sono, che cosa fanno, quali sono quelle sui beni confiscati

Cittadini monitoranti sono quegli attivisti civici che utilizzano gli strumenti del diritto di sapere messi a disposizione dalla Legge anticorruzione 190 del 2012 al fine di conoscere e vigilare come la Pubblica Amministrazione utilizza risorse collettive, si organizza, prende le decisioni. Così facendo, danno pieno e reale compimento all’impianto della prevenzione della corruzione inteso nella norma del 2012, che prevede da un lato un impegno delle istituzioni a essere trasparenti pubblicando dati online, dall’altro una responsabilità civica nella vigilanza dal basso utilizzando quei dati pubblici, verificandone l’esistenza e la consistenza. Attraverso la loro azione, i cittadini monitoranti promuovono la cura e la tutela del bene comune, estendendosi oltre il mero ruolo di cani da guardia del patto di fiducia su cui si fonda la cosa pubblica. Non vanno quindi confusi con chi abusa di questi strumenti con il fine di infastidire la Pubblica Amministrazione o di cercare a tutti i costi dietrologie, ma neanche con chi rifugge per definizione un possibile conflitto con le Amministrazioni, da affrontare specie qualora gli Enti non rispondano al dovere istituzionale della trasparenza.

La loro miglior forma di organizzazione è quella delle comunità monitoranti: possono corrispondere a un singolo presidio di Libera o di un’altra associazione, un’unione di realtà della stessa organizzazione, o ancora una rete allargata di realtà civiche non partitiche accomunate dalla volontà di monitorare uno stesso territorio o ambito tematico (mondo della salute, Comuni, Regioni, università e istruzione, ambiente …). Ciò che è utile è utilizzare questi nuovi diritti in forma collettiva.

Attraverso Confiscati bene 2.0, vogliamo generare e dare forza a una grande comunità monitorante dei beni confiscati, attiva tanto a livello nazionale che su livelli territoriali. Questa comunità può contare su #monitorabene, uno spazio digitale di strumenti utili a esercitare il diritto di illuminare, la responsabilità di monitorare, la possibilità di partecipare alla vita dei beni confiscati.

Libera, dal 2016, ha all’attivo l’iniziativa Common (appunto acronimo di comunità monitoranti), finalizzata alla promozione e al sostegno di cittadini impegnati nella vigilanza dal basso su tutto il territorio nazionale, mettendo a frutto le sue competenze anche all’interno del portale Confiscati bene 2.0. È uno dei tre pilastri su cui l’associazione, dal 9 dicembre 2017, fonda il suo impegno contro il malaffare, assieme a un’azione di formazione diffusa e a un servizio di ascolto e orientamento dei whistleblower, Linea libera.

Codice Antimafia: che cosa è e cosa prevede sulla trasparenza dei beni confiscati

Il Codice delle leggi antimafia è una norma della nostra Repubblica che, dal 2011, ha l’obiettivo di mettere in coordinamento tutte le leggi in tema di contrasto alle mafie, di natura penale, amministrativa e processuale, che prima di questo tentativo rischiavano di risultare estremamente frammentate e non connesse tra loro.

Una grossa parte del Codice mette al centro il tema dei beni confiscati: disciplina ad esempio la figura dell’amministratore giudiziario, le forme di sequestro e confisca, il regime fiscale dei beni, i compiti dell’Agenzia nazionale …

All’interno del Codice stabilisce l’obbligo di pubblicazione dell’elenco dei beni trasferiti al loro patrimonio (ovviamente se ne hanno), completo di informazioni chiave: la consistenza, la destinazione e l’utilizzazione dei beni nonché, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l'oggetto e la durata dell'atto di concessione.

Dal 2017, ci sono però due novità cruciali: l’elenco deve essere aggiornato a cadenza mensile e reso pubblico sul sito internet istituzionale dell’Ente e in formato aperto; il principio della responsabilità dirigenziale in caso di mancata pubblicazione, ai sensi dell'articolo 46 del Decreto legislativo n. 33 del 2013. In parole povere: chi non si adegua può essere sanzionato, o meglio viene colpito il dirigente inadempiente.

Ecco perché, tramite Chiedi ai comuni, strumento nelle mani della community #monitorabene proprio per chiedere quell’elenco per tutti i casi in cui sia assente, non sia in formato aperto, non sia aggiornato o risulti incluso in altri elenchi (e questo non va bene: deve esistere un file a sé).

Quanto alla sanzione, auspichiamo che non ci sia bisogno che si arrivi a tanto: desideriamo che tutti comprendano le ragioni della trasparenza senza la necessità del ricorso alla logica punitiva, nello spirito della trasparenza integrale.

Comodato d’uso gratuito: per quanto tempo una realtà sociale può utilizzare un bene

Il comodato d’uso gratuito è l’unico strumento attraverso il quale i Comuni affidano ai soggetti sociali (associazioni, cooperative ecc.) la gestione dei beni confiscati ai mafiosi. Queste realtà, pur non divenendo proprietarie degli immobili loro affidati (la proprietà dei beni confiscati resta sempre pubblica, salvo loro vendita), ne diventano gestori per l’attuazione del progetto sociale proposto, a titolo gratuito e per un periodo di tempo determinato all’atto dell’affidamento.

Questo tempo può variare ed è determinato dall’Ente, di norma indicato già nel bando pubblico che apre la procedura di selezione del soggetto gestore. Trascorso quel periodo il soggetto gestore è tenuto a riconsegnare il bene allo Stato, che potrà tornare a riaffidarlo.

Comunità (community) che si occupano di beni confiscati: sono tre, che cosa fanno, come utilizzeranno Confiscati bene 2.0

Il complesso universo dei beni confiscati alle mafie è reso possibile grazie a tre mondi che, a diverso titolo, si occupano e preoccupano del loro funzionamento.

Anzitutto ci sono gli Enti istituzionali ai quali, per legge, è consegnata la garanzia della loro buona amministrazione e assegnazione. Il primo di questi Enti è l'Agenzia Nazionale, che fino al decreto di confisca di secondo grado svolge attività di ausilio e di supporto all'autorità giudiziaria. Con il provvedimento di confisca di secondo grado l'amministrazione dei beni è conferita all'Agenzia, che ne cura la gestione fino all'emissione del provvedimento di destinazione.

Competenze fondamentali sono poi assegnate ai Comuni ai quali l’Agenzia dispone il trasferimento e la destinazione dei beni. Ai Comuni spetta il compito di garantire il riutilizzo dei beni loro destinati o gestendoli in proprio o assegnandoli, tramite bando pubblico, alle realtà sociali per l’attuazione di progetti aventi finalità sociali.

Il secondo variegato mondo mette insieme quei soggetti a cui i beni vengono assegnati al fine di garantirne il riutilizzo. Come Confiscati bene 2.0 guardiamo soprattutto ai gestori di beni confiscati e meno ai soggetti istituzionali, quindi a quelle realtà di natura civica coinvolte nel processo di restituzione alla collettività dei beni confiscati ai clan cui la legge esplicitamente affida il compito della gestione. Tali soggetti sono dettagliatamente elencati all’articolo 48 comma c del Codice Antimafia.

Infine, tutt’altro che in coda, c’è la vasta pluralità di cittadini che beneficia del ritorno alla collettività di quei beni, a cui compete anche la responsabilità di monitorare dal basso affinché nulla si inceppi o si disperda, ma anche affinché si possa raccontare che le mafie hanno perso e perdono quando l’azione dello Stato e della società civile si fa efficace.

Confiscati bene 2.0, nel suo nuovo ciclo, vuole far evolvere questi “mondi” in “comunità”, o meglio in community (unendo cioè azioni in digitale e capacità di organizzazione e confronto anche offline) in relazione tra loro. Togliere i beni alle mafie non significa solamente garantire la confisca formale, ma creare un ambiente favorevole alla loro buona gestione e ostile a ogni logica mafiosa e corruttiva.

Pertanto, attraverso Confiscati bene 2.0 sarà possibile, per ognuna di queste comunità, utilizzare strumenti concretissimi per raccogliere, produrre e condividere dati sui beni confiscati, farli parlare, metterli a disposizione di tutti, scambiare pratiche di assegnazione e riutilizzo, confrontare tecniche di buona gestione, incoraggiare attività di monitoraggio.

Pertanto, ai cittadini monitoranti abbiamo garantito alcuni strumenti di vigilanza in #monitorabene ; ai soggetti gestori un modo per raccontarsi a tutti tramite lo spazio digitale #gestiscibene ; agli enti pubblici la sezione #pubblicabene finalizzata allo scambio di prassi amministrative.

Comuni d’Italia: come vengono trasferiti i beni al loro patrimonio

Il trasferimento ai Comuni dei beni confiscati alla criminalità organizzata costituisce il passaggio conclusivo dell’iter di gestione dei beni stessi da parte dell’Agenzia nazionale. Tra le alternative per garantire il riutilizzo sociale dei beni, il Codice Antimafia contempla infatti la possibilità che l’Agenzia destini i beni al patrimonio indisponibile dei Comuni che, dal canto loro, possono utilizzare in proprio i beni (scuole, uffici pubblici) o assegnarli in comodato d’uso gratuito attraverso bando pubblico a realtà sociali che si impegnino a garantirne l’utilità sociale.

Il trasferimento avviene solitamente attraverso la richiesta dell’Agenzia ai Comuni sul cui territorio insistono i beni di una manifestazione di interesse, nella quale richiedere il trasferimento e indicare le modalità e le finalità di riutilizzo sociale dei beni stessi. A questa manifestazione di interesse, l’Agenzia fa seguire il decreto di destinazione, con il contestuale trasferimento della proprietà dei beni in capo ai Comuni. Da questo momento in poi, i Comuni sono chiamati a garantire celermente il concreto riutilizzo sociale dei beni, o in proprio o attraverso l’assegnazione a terzi.

Confisca penale e confisca di prevenzione: come si fa a confiscare beni a mafiosi e corrotti

Esistono due modi per confiscare un bene a un mafioso. Uno legato al diritto penale: si sottraggono i beni dei clan che, lo si dimostra con il processo e la condanna definitiva, sono oggetto, frutto o mezzo di commissione di reato. La legge parla di “strumenti, prodotto o profitto”: significa che possono essere confiscati tutti quei beni che si sono ottenuti a seguito di un crimine, oppure sono serviti per commetterlo.

Il secondo modo per ottenere una confisca, quello sicuramente più rivoluzionario, è la cosiddetta misura di prevenzione patrimoniale: posso cioè confiscare un bene non a seguito di un fatto concreto commesso dal mafioso, ma perché la persona a cui si confisca non riesce a dimostrare la sproporzione tra il suo tenore di vita (possibile per mezzo di quei beni) e il reddito che dichiara, senza il bisogno di dover provare in sede di processo penale la commissione di un reato (ecco perché si parla di confisca in assenza di condanna). La prima cosa che avviene è il sequestro del bene, da intendere come una sorta di congelamento dello stesso, che non può più essere utilizzato dal mafioso, ma che ancora non passa al patrimonio dello Stato. Occorrerà attendere la confisca definitiva per poter dire di esserci effettivamente ripresi quel bene: questa avviene dopo una intensa fase dibattimentale in cui va a vuoto ogni tentativo, da parte del mafioso, di dimostrare che 2+2 fa … 5, ossia provare che non sia provento di arricchimento illecito. È a questo punto che il bene passa effettivamente a essere un bene comune.

Pur con grossi limiti, dal 2017 il Codice antimafia prevede anche la confisca ai corrotti, ma solo qualora venga riconosciuto il vincolo associativo. Sono proprio queste due ultime parole a mettere in crisi la possibilità di utilizzare efficacemente la norma, essendo molto difficile, per i magistrati, dimostrarlo e procedere alla confisca. Resta tantissimo da fare quindi a riguardo.

#contabene: come funzionerà il contatore di Confiscati bene 2.0

Obiettivo chiave di Confiscati bene 2.0 è contare e raccontare le pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati. Per fare ciò, occorre contare bene per far contare i beni. Stiamo quindi lavorando a un contatore che renda chiaro e univoco il conteggio dei beni confiscati destinati a fini sociali e le esperienze di riutilizzo sociale, al tempo stesso risolvendo dubbi e errori spesso commessi quando si parla di questo complesso mondo. Non contiamo per ora le esperienze di riutilizzo a fini istituzionali (scuole, caserme, uffici pubblici …), gestite dai Comuni) o direttamente dalle varie Amministrazioni dello Stato. Ma confidiamo di farlo in futuro.

Per contare bene, è necessario tenere ben presenti alcune indicazioni. La prima è la differenza tra particelle castali e unità immobiliari complesse. Per prassi, l’Agenzia nazionale censisce le particelle catastali confiscate e non il numero delle unità immobiliari complesse che le particelle stesse vanno a comporre. Significa cioè che l’Agenzia non conta i beni veri e propri, ossia le singole unità immobiliari (come un terreno o una palazzina), ma le particelle di cui quel bene è composto, che possono essere molto superiori nel numero. Un singolo appezzamento con finalità agricole di una certa dimensione può essere ad esempio composto da oltre dieci, se non venti particelle catastali.

Contando in questo modo, le esperienze di riutilizzo sembrerebbero molto inferiori rispetto al loro impatto reale. Infatti, un conto è dire ad esempio che esistono dieci esperienze per un territorio che conta oltre cento particelle confiscate; tutt’altro è dire che quelle dieci esperienze lavorano su un territorio dove i beni confiscati, intesi come unità, sono trenta in tutto.

 

Il nostro contatore poverà a mettere in secondo piano il dato delle particelle a favore di quello delle unità immobiliari complesse, facendo cioè risaltare come il numero delle pratiche di riutilizzo non sia affatto così basso o poco significativo come a volte, magari per spingere alla vendita dei beni, e di fatto finendo col fare un favore alle mafie, si vuole far credere.

Ecco perché contare bene è indispensabile, per far contare nel giusto modo le esperienze di riutilizzo e il lavoro che da oltre venti anni mettono in campo contro i clan.

D

Diritto di sapere: che cos’è e cosa ci permette di fare sui beni confiscati

Con l’espressione “diritto o diritti di sapere”, traduzione italiana della più nota espressione inglese Right to know, intendiamo il principio fondamentale di accessibilità totale alle informazioni sancito dalla Legge 190 del 2012 per cui a chiunque, in forme gratuite e senza motivazione, è riconosciuto il diritto di venire a conoscenza di come la Pubblica Amministrazione utilizza risorse collettive (beni confiscati inclusi), si organizza, prende le decisioni.

Il diritto di sapere è uno dei pilastri del meccanismo di prevenzione della corruzione, che diviene oggi chiave anche per garantire il buon utilizzo dei beni confiscati. È infatti grazie a questi diritti sanciti dalla Legge 190 che possiamo chiedere, ai diversi Comuni, l’elenco dei beni confiscati trasferiti ai loro patrimoni, obbligo rinforzato dal Codice antimafia che prevede responsabilità dirigenziali in caso di mancanza o incompletezza.

Confiscati bene 2.0, provando a mettere al centro la responsabilità civica più che il meccanismo sanzionatorio, tramite Chiedi ai Comuni aiuta le comunità monitoranti a chiedere ai Comuni l’elenco dei beni, per dar risposta a quel diritto di sapere.

Questo perché, a oltre 20 anni di distanza dalla legge che rese possibile in Italia destinare i beni confiscati alle mafie a un riutilizzo sociale, esercitare il nostro diritto di sapere significa garantire l’integrità e il corretto utilizzo di questi beni e la corretta ed effettiva applicazione di quella stessa legge. Oltre che a promuovere le pratiche di riutilizzo, è infatti tempo di esercitare una rinnovata capacità di vigilanza diffusa, affinché i beni non restino inceppati in eccessi di burocrazia, non muoiano dimenticati in faldoni di carta o di polvere digitale di qualche ufficio o archivio comunale, non si perdano per strada divenendo persino oggetto di logiche opache, nel peggiore dei casi non tornino alle mafie attraverso una poco accurata logica di vendita.

Dati aperti e licenze aperte: perché ci servono anche per i beni confiscati

I dati aperti (per dirla con gli inglesi, open data) sono quelli messi online dalla Pubblica Amministrazione, accessibili a chiunque, senza restrizione di sorta, anzi con la possibilità di essere utilizzati, riutilizzati, distribuiti gratuitamente. Che cosa possiamo fare con i dati ce lo dice sia il loro formato (appunto aperto) sia la licenza che si accompagna alla loro pubblicazione: una specie di carta di circolazione di quei dati stessi.

Se i dati sui beni confiscati sono aperti e in licenza aperta, chiunque può “prendere” un dato sui beni da un certo portale (ad esempio Openregio) o da un certo sito (l’elenco dei beni confiscati di un certo Comune), metterlo su un proprio altro portale (come lo è Confiscati bene 2.0) e incrociarlo con altri dati ancora, incluso dati di produzione civica. Tutto ciò senza dover chiedere permesso a nessuno.

Ecco perché insistiamo affinché l’elenco dei beni confiscati sia in questo formato e con questo tipo di licenze: non ci basta un file pdf, oppure un elenco all’interno di altri elenchi.

Per noi i dati aperti sono bene comune, specie se parliamo di beni confiscati.

Dato istituzionale e dato civico: perché troviamo tipi di dati diversi in Confiscati bene 2.0

Se parliamo di beni confiscati, con dati istituzionali intendiamo tutti quei dati, in formato aperto, che la Pubblica Amministrazione deve mettere a nostra disposizione per rendere conoscibile il suo modo di amministrare i beni stessi. Ciò vale per l’Agenzia nazionale, ma anche per il singolo Comune, Provincia o Regione a cui sono trasferiti beni. È chiaro che questi dati servono soprattutto a contare i beni stessi, le particelle catastali di cui sono composti, la loro finalità, la loro collocazione.

Un dato civico sui beni riguarda invece tutte quelle informazioni che magari, pur essendo di interesse collettivo, non è compito dello Stato raccogliere. Allo Stato infatti interessa più il funzionamento della macchina organizzativa che il singolo evento che si tiene su un certo bene confiscato. Questo tipo di informazioni, riguardanti il che cosa avviene su un bene, ha soprattutto un interesse civico e pertanto compete a noi tutti provare a produrre e raccogliere anche questo tipo di dati. L’idea a monte è che aprire a chiunque questo tipo di informazioni serva a condividere la pratica di gestione affinché si possa apprendere dalle buone esperienze. O ancora a favorire l’incontro tra soggetti gestori e cittadini che vivono lo stesso territorio.

Tutti questi dati sarà possibile trovarli in Confiscati bene 2.0: essendo un portale della trasparenza collaborativo è appunto pensato per fare da raccoglitore e canalizzatore di informazioni a 360 gradi sui beni stessi, stimolando il buon operato delle Istituzioni, ma anche il monitoraggio civico e la partecipazione diffusa.

Decreto di destinazione: che cos’è e come si usa questa miniera di dati

Il decreto di destinazione è l’atto formale con cui l'Agenzia nazionale trasferisce la proprietà di un bene ad un altro Ente. Contiene necessariamente una serie di informazioni di grande interesse, la cui conoscenza può gettare luce su diversi aspetti della vita del bene. È quindi una grande “miniera” di dati.

Lo studio di questi documenti è un’opportunità unica per, ad esempio, ricostruire la storia e le vicende criminali e mafiose di un territorio, ma anche per disegnare la geografia delle famiglie di mafia e dei loro interessi, non solo nei territori di origine. Molto spesso poi questa serie di notizie e di dati di prima mano sulla storia dell’iter giudiziario, sul proposto, sulla consistenza e la natura dei beni, sulle finalità cui essi vengono destinati, restano sconosciute. Ecco perché, pur salvaguardando eventuali aspetti di privacy, sarebbe decisamente importante che i decreti fossero resi pubblici.

E

Elenco dei beni confiscati trasferiti al patrimonio: che cos’è e chi deve pubblicarlo online

L’elenco dei beni confiscati è quel dato che ogni Comune a cui essi sono trasferiti dall’Agenzia nazionale è obbligato, tanto dalla normativa sulla trasparenza sancita dal decreto 33 del 2013 quanto dal Codice Antimafia, a mettere online nella pagina “Amministrazione trasparente”, sotto la voce “Beni immobili e gestione patrimonio”.

Circa i dettagli su quest’elenco, il Codice Antimafia, già dal 2011, stabilisce che sia specificato, per ogni bene, la consistenza, la destinazione e l’utilizzazione, nonché, in caso di assegnazione a terzi, i dati identificativi del concessionario e gli estremi, l'oggetto e la durata dell'atto di concessione.

Dal 2017, con la riforma del Codice, ci sono due novità cruciali: l’elenco deve essere aggiornato a cadenza mensile e reso pubblico sul sito internet istituzionale dell’Ente e in formato aperto; il principio della responsabilità dirigenziale in caso di mancata pubblicazione, ai sensi dell'articolo 46 del decreto legislativo n. 33 del 2013 già citato.

Ecco perché, tramite il tool Chiedi ai Comuni, strumento nelle mani della community #monitorabene proprio per domandare quell’elenco per tutti i casi in cui sia assente, non sia in formato aperto, non sia aggiornato o risulti incluso in altri elenchi (e questo non va bene: deve esistere un file a sé).

Quanto alla sanzione auspichiamo che non ci sia bisogno che si arrivi a tanto: desideriamo che tutti comprendano le ragioni della trasparenza senza la necessità del ricorso alla logica punitiva, nello spirito della trasparenza integrale.

E!state Liberi: come trascorrere un’estate su un bene confiscato, monitorandolo

I campi di impegno e formazione di E!state Liberi! sono nati nel 2005 da un’intuizione rivoluzionaria: portare giovani di tutta Italia a conoscere le storie di riutilizzo sociale dei beni confiscati diffuse sul territorio, vivendo un tempo su di essi. Sono la naturale conseguenza della filosofia della confisca: restituire i beni alla comunità, renderli vivi, per promuovere una società diversa da quella offerta dalle mafie. I volontari, infatti, immersi una settimana nelle realtà che gestiscono i beni confiscati, hanno modo di partecipare attivamente alla loro valorizzazione, di approfondire il fenomeno mafioso e di conoscere l’esperienza di chi ha vissuto e contrasta, ancora oggi, la violenza mafiosa.

Dal 2017, cominciando da Isola di Capo Rizzuto in Calabria, abbiamo provato a sperimentare qualcosa di altrettanto fortemente innovativo: trasformare i ragazzi dei campi in cittadini monitoranti. “Monitorando bene” è stato il primo campo di E!state Liberi in cui abbiamo applicato pratiche di vigilanza civica sui terreni confiscati. I ragazzi dei campi si sono messi in gioco attorno ad alcuni quesiti di fondo: perché dei semplici cittadini dobbiamo interrogarci su come vengono realmente riutilizzati i beni confiscati? Quali sono le criticità che insistono sui beni confiscati? E cosa fare per accendere i riflettori su queste realtà? E come esercitare il nostro diritto di sapere?

Si sono quindi confrontati con laboratori di raccolta dati sui beni confiscati, con un attento lavoro di produzione foto e video, con interviste a chi gestisce beni confiscati, fino ad arrivare a inventarsi, sotto gli occhi incuriositi della gente, la prima biciclettata monitorante. Il campo “Monitorandobene” è stato poi replicato nel 2018 a Erbé, in Veneto, e a Battipaglia, in Campania.

In diversi altri luoghi d’Italia, i campisti hanno poi avuto modo di monitorare il ciclo dei rifiuti, la Pubblica Amministrazione, la sanità e l’ambiente, le opere pubbliche, contando sul il supporto dell’iniziativa Common, uno dei tre pilastri su cui Libera fonda il suo impegno contro il malaffare.

#escilibene: come usare Chiedi ai Comuni e perché farlo

#escilibene è il grido all’insegna del quale vogliamo utilizzare Chiedi ai Comuni, il tool semplificato che la piattaforma Confiscati bene 2.0 mette a disposizione di tutti, specie delle comunità monitoranti, per facilitare l’esercizio dell’accesso civico. Serve cioè a chiedere, ai Comuni italiani inadempienti e in nome del diritto di sapere, di rispettare l’obbligo di mettere online un elenco sui beni confiscati, che sia aggiornato mensilmente, in formato aperto, completo in tutte le voci previste dal Codice Antimafia.

Mettendo al centro la responsabilità civica più che il meccanismo sanzionatorio (il Codice infatti punisce chi non mette online i dati), tramite #escilbene vogliamo aiutare la Pubblica Amministrazione a raggiungere la trasparenza integrale. La nostra azione è infatti finalizzata a favorire la Pubblica Amministrazione, non certo in un clima di genesi di sfiducia quanto l’esatto opposto: la trasparenza ci aiuta a ricucire la fiducia sociale per definizione spezzata dalla corruzione (cumrumpere = distruggere il patto sociale). Iniziative di questo tipo mirano invece a cumreparare, a ricucire la relazione tra cittadini e istituzioni, attraverso i beni confiscati.

Esperienze di mappatura prima di Confiscati bene 2.0: Confiscati bene (ciclo 1) e geoblog regionali

Facendo riferimento a esperienze di mappatura prima di Confiscati bene 2.0, intendiamo tutti quegli esperimenti, territoriali e nazionali, nati all’interno dell’universo di Libera o del mondo degli open data. Negli anni infatti, insieme al rafforzarsi della consapevolezza circa l’importanza del riutilizzo sociale dei beni confiscati come strumento di lotta alla mafia, è cresciuta anche l’esigenza di conoscere le esperienze di riutilizzo, contarle, renderle note a un pubblico diffuso.

Da un lato, grazie alla ramificazione di Libera sui territori, sono nate alcune esperienze di mappatura, molte di natura regionale: tutti di notevole valore storico e civico, sono portali dedicati alla geolocalizzazione e alla mappatura dei beni confiscati, che hanno provato a tenere insieme appunto dati quantitativi e dati qualitativi. A livello centrale, Libera produceva ricerca sempre più dettagliata, come la ricerca Beneitalia.

Dall’altro e contemporaneamente, nasceva Confiscati bene “ciclo uno”, sulla spinta di un gruppo di attivisti del digitale (alcuni dei quali fonderanno Ondata) che durante un hackaton del 2014 ha voluto applicare le potenzialità dei dati aperti ai temi della legalità, a cominciare dai beni confiscati.

Confiscati bene 2.0 nasce dall’incontro di queste esperienze ed è in un certo senso l’evoluzione di queste sperimentazioni, da cui ha appreso molto e a cui non intende sostituirsi. I portali regionali possono infatti continuare a esistere, meglio focalizzando proprio quella dimensione e mappando ad esempio anche i beni sequestrati, come nel caso del geoblog piemontese.

F

Fini sociali e fini istituzionali di un bene confiscato: che differenza c’è

Una volta trasferito al patrimonio pubblico, dello Stato o dei Comuni, la legge individua due diversi percorsi di riutilizzo di un bene definitivamente confiscato alle mafie: quello istituzionale e quello sociale.

Il riutilizzo per finalità istituzionali è garantito direttamente dall’Agenzia nazionale che, in collegamento con le altre Amministrazioni dello Stato, può disporre l’utilizzo dei beni confiscati per “finalità di giustizia, di ordine pubblico, di protezione civile”, dice la legge. Un esempio classico è quello che vede diventare i beni confiscati sedi delle caserme delle Forze dell’Ordine.

Il riutilizzo per finalità sociali è invece solitamente determinato dagli Enti locali che, tramite bandi pubblici aperti a tutti, assegnano i beni a una serie di soggetti sociali, come associazioni, cooperative, gruppi e comunità. Questi soggetti sono chiamati a realizzare progetti che abbiano, appunto, finalità sociali: nascono così case famiglia, centri di aggregazione socio-culturale, centri di accoglienza, case rifugio e tutto quel variegato universo di esperienze legate al mondo del terzo settore. Ma nascono così anche tantissime esperienze di economia in grado di garantire che questi beni creino reddito e produttività, secondo un modello di economia sociale che mira a promuovere la dignità del lavoro e dei lavoratori.

I Comuni possono anche decidere di utilizzare in proprio i beni, come sedi di uffici pubblici, di scuole e di altri servizi utili ai cittadini.

Foia: come usare il Freedom of Information Act per liberare dati sui beni confiscati

Foia è un acronimo che sta per Freedom of Information Act. Con questa locuzione si intende, in tutto il mondo, una legislazione che da un lato protegge la libertà di informazione, dall’altro il diritto alla conoscibilità totale dei dati della Pubblica Amministrazione.

Il valore aggiunto, nei Paesi che hanno adottato questo tipo di normativa, è che la trasparenza amministrativa non si limita solamente a ciò che la legge obbliga, ma tutti i dati in possesso delle Amministrazioni dello Stato sono richiedibili e conoscibili ai cittadini, salvo particolari dati sensibili, come nel caso del segreto di Stato.

Anticipa due giorni il Natale del 2016 il Decreto legislativo 97 che ha regalato a tutti i cittadini questa nuova forma di accesso ai dati, tecnicamente definita accesso civico generalizzato. Il nome serve a distinguerla dall’accesso civico semplice, quel diritto che ciascuno di noi ha di chiedere i dati che ogni Amministrazione dello Stato è obbligata a mettere online nella sua pagina “Amministrazione trasparente”, come ad esempio l’elenco dei beni confiscati che deve pubblicare ogni Comune a cui sono trasferiti i beni confiscati.

Viceversa, l’accesso civico generalizzato è attivabile quando si ritiene di non avere elementi sufficienti a capire quello che sta avvenendo nella gestione del bene comune.

Un esempio può essere chiedere,all’Ente pubblico finanziatore, l’elenco di Comuni che hanno partecipato a un bando per la ristrutturazione di beni confiscati. Dato che Chiedi ai Comuni si fonda sulla logica dell’accesso civico semplice, se hai un’idea luminosa di dati che vuoi ottenere tramite accesso Foia, scrivici nel Forum Partecipa.

Fondazione Tim: chi ci ha permesso di realizzare il secondo ciclo di Confiscati bene

Fondazione TIM, nata nel 2008 come espressione della strategia di Corporate Social Responsibility del Gruppo Telecom Italia, è una fondazione d'impresa che opera sul territorio nazionale italiano e nei territori dove il Gruppo è istituzionalmente presente.

La Fondazione permette di concentrare e rafforzare l'impegno del Gruppo nei confronti della comunità, con il principale obiettivo di migliorare le condizioni di vita delle persone, perseguendo i propri obiettivi attraverso l'assegnazione di contributi a iniziative proposte da soggetti e associazioni senza fini di lucro.

Opera nell'ambito del sociale, con iniziative educative e assistenziali dedicate alle categorie e alle fasce di popolazione meno protette o comunque svantaggiate; nella valorizzazione della progettualità applicata all'educazione, all'istruzione e alla ricerca scientifica; nella tutela del patrimonio storico-artistico italiano, sviluppando forme e modi innovativi di fruizione e diffusione della conoscenza. Ascoltare e intercettare i bisogni della comunità, anticipando le soluzioni; stimolare idee e progettualità all'interno della società; sostenere l'innovazione e definire i processi formativi nuovi attraverso il ricorso ad un modello di tecnologia sostenibile, sono tra i principali motivi ispiratori di Fondazione TIM.

Fondazione TIM, nell’edizione 2015 di #ITALIAx10, ha deciso di sostenere il progetto Confiscati bene 2.0 a forte impatto sociale grazie al richiamo al valore della legalità, puntando alla trasparenza e al monitoraggio civico dei beni confiscati alle mafie.

G

#Gestiscibene: la community dei soggetti gestori di Confiscati bene 2.0

Gestisci bene è una delle tre community che, come Confiscati bene 2.0, mettiamo specificatamente a disposizione di chi, sopra tutti, sa quanto è prezioso riprenderci quello che le mafie hanno provato a sottrarci, trasformandolo in lavoro, opportunità, crescita del territorio: i soggetti gestori.

Garantendo loro questo spazio digitale, intendiamo generare un cambio di paradigma: condividere dati, notizie e informazioni su quello che ogni giorno si fa su un bene può aiutare a difendere i beni confiscati e far crescere questo straordinario patrimonio del nostro Paese.

Iscrivendosi a #gestiscibene, ogni soggetto gestore può mapparsi, condividere e aggiornare proprie informazioni, venire associato alla gestione di un bene confiscato. Per ogni soggetto gestore esiste infatti una pagina online, modificabile in autonomia. È così che è possibile farsi conoscere a tanti, raccontando la propria storia e condividendo eventi e iniziative.

Gestori di beni confiscati: chi sono e che cosa fanno

Soggetti gestori dei beni confiscati sono tutte quelle realtà sociali alle quali è attribuita la gestione degli immobili sottratti ai clan. Sono loro che permettono davvero di riprenderci ciò che le mafie hanno provato a sottrarci. Tecnicamente, la loro natura è definita dalla legge, all’art. 48 comma 3 lettera c del Codice Antimafia.

Ad essi, i beni confiscati vengono affidati temporaneamente, tramite bando pubblico, con contratti di comodato d’uso gratuito, per la realizzazione di progetti aventi i cosiddetti fini sociali.

Gradi di confisca: che cosa sono e come si arriva a quella definitiva

La confisca definitiva è solo l’ultimo atto del procedimento di prevenzione attraverso il quale i beni accumulati illecitamente dai mafiosi vengono loro sottratti e diventano definitivamente patrimonio dello Stato.

Il percorso della confisca di prevenzione comincia con una serie di approfondite indagini patrimoniali disposte nei confronti di soggetti indiziati di appartenere ad organizzazioni mafiose. All’esito di queste indagini e facendo leva sul principio della sproporzione tra il reddito dichiarato e il reale tenore di vita del proposto, il giudice emette, inaudita altera parte (in parole povere, senza alcun contraddittorio), il provvedimento di sequestro dei beni, che di fatto congela il patrimonio oggetto della misura di prevenzione.

Al sequestro segue la fase di contraddittorio, nel corso della quale il proposto può dimostrare la legittima provenienza dei beni. Se ciò non accade, il provvedimento successivo è quello della confisca di primo grado, anch’essa una misura di carattere temporaneo, avverso il quale il proposto può ricorrere in appello.

Questa fase può concludersi o con la restituzione dei beni al proposto o con l’emissione del provvedimento di confisca di secondo grado, cui può seguire il ricorso in Cassazione.

La confisca definitiva dunque interviene o a seguito della pronuncia della Cassazione o decorsi i termini stabiliti per le impugnazioni (appello e Cassazione).

Finalmente, con la confisca definitiva, i beni vengono tolti dalle mani dei mafiosi e devoluti al patrimonio dello Stato.

H

Hackaton: che cos’è

Un hackaton è un evento, alcune volte una vera e propria competizione, che vede riuniti attorno allo stesso tavolo diversi cervelli accomunati da un grande amore per l’informatica (dai programmatori ai grafici) e dal desiderio di affrontare una comune sfida: creare una nuova piattaforma, sviluppare un software innovativo, ridefinire un tema “classico” fino ad allora non ancora toccato dalla rivoluzione digitale.

Il primo ciclo di Confiscati bene nasce nel 2015, all’interno di un hackaton che si è posto su quest’ultimo orizzonte, durante il terzo raduno di Spaghetti Open Data, svoltosi a Bologna dal 27 al 29 marzo di quell’anno. L’idea di aprire i dati sui patrimoni sottratti ai mafiosi ha prodotto la piattaforma Confiscati bene nella sua forma rimasta attiva fino a ottobre del 2018.

Il nuovo corso di Confiscati bene 2.0, quello che vede insieme Ondata e Libera grazie a un finanziamento di Fondazione Tim e inaugurato nel novembre 2018, pur non essendo frutto di un vero e proprio hackaton, ne condivide gli intenti in una prospettiva forse ancora più ampia: unire le menti per gestire in modo innovativo il tema dei beni, fondendo competenze digitali (Ondata) con capacità civiche e creazione di comunità monitoranti (Libera).

I

Istituzioni coinvolte nella gestione dei beni confiscati: quali sono e che cosa fanno

Le Istituzioni che entrano in gioco nel sequestro, confisca e gestione dei beni confiscati sono diverse a seconda delle diverse fasi.

Fino alla confisca di secondo grado, i beni sono unicamente sotto la custodia dell’autorità giudiziaria, attraverso la figura del cosiddetto amministratore.

Solo alla pronuncia del giudice di secondo grado, e dunque subito dopo la cosiddetta confisca di secondo grado, i beni confiscati passano sotto la gestione dell’Agenzia nazionale, che li gestisce fino all’emissione del provvedimento di destinazione. L’Agenzia può avvalersi, in questa fase, di un coadiutore che deve essere individuato nell’amministratore giudiziario nominato dal tribunale.

Le altre Istituzioni coinvolte nella gestione sono le Amministrazioni dello Stato, alle quali l’Agenzia trasferisce i beni per finalità istituzionali o usi governativi; e i Comuni, le Province o le Regioni ai quali i beni vengono trasferiti.

L

Legge 190/12 sulla prevenzione della corruzione: come possiamo utilizzarla per i beni confiscati

È del 6 novembre 2012 la Legge 190 che inserisce per la prima volta nella storia del nostro ordinamento un impianto rivoluzionario, quello della prevenzione della corruzione. È stata una legge fatta in fretta e furia, ultimo atto di un governo già verso la fine del suo mandato (il governo Monti). Il fine è stato in realtà meno nobile: evitare all’Italia l’ennesima figuraccia (e multa) per non aver rispettato un termine di tempo previsto da Carte internazionali pur firmate e direttive europee anticorruzione con obbligo di ricezione da parte del nostro Paese.

Ad ogni modo, fino al 5 novembre di quell’anno, ossia per un lunghissimo arco di tempo, in Italia ci limitavamo a combattere la corruzione con le sole armi del contrasto; significa che gli unici soggetti in grado di fare qualcosa contro corrotti e corruttori erano magistrati e forze di polizia, attraverso l’utilizzo del codice penale e dei reati in esso inscritti, e lasciando noi cittadini in tribuna e con un ruolo di sola partigianeria.

Con la Legge 190/12 si tenta invece la più semplice delle idee (che non vuol dire sia facile a realizzarsi): meglio prevenire il malaffare, piuttosto che rincorrerlo quando ormai i suoi devastanti danni li ha già prodotti. Prevenire la corruzione significa anche mettere un argine alla forza delle mafie, che entrano nella vita economica e sociale sana del Paese (non solo nei mercati illegali, quindi) proprio attraverso lo scambio corruttivo: non trovando le precondizioni per offrire i loro servizi, saranno costrette a trovare forme quantomeno più complicate e maggiormente perseguibili per mettere le mani sul bene comune.

Sul come funziona la prevenzione della corruzione, l’idea è chiara: chi ha il compito di curare il bene comune, ossia agire per conto dello Stato in tutte le sue forme (quindi tutta la Pubblica Amministrazione, a livello livello politico, territoriale e burocratico), è tenuto a compiere due cose. Compito uno: fare di tutto per prevenire il malaffare al proprio interno, attraverso strategie come la rotazione degli incarichi, i codici etici, la figura del responsabile della corruzione, le segnalazioni di episodi opachi, il Piano triennale anticorruzione fondato sull’analisi dei rischi di cattiva amministrazione. Compito due: rendersi totalmente conoscibile, salvo alcune comprensibili eccezioni legate alla sicurezza di Stato, mettendo online dati sul come ci si organizza, si spende, si prendono le decisioni. A fare da punto di riferimento istituzionale per tutti gli Enti c’è Anac, ossia l’Autorità nazionale anticorruzione, che è chiamata a garantirne il monitoraggio istituzionale.

I destinatari di questa conoscibilità, ossia coloro i quali hanno diritto di accedere totalmente a questi dati, siamo tutti noi cittadini che, attraverso i portali della Pubblica Amministrazione (c’è una specifica pagina, “Amministrazione trasparente”), abbiamo a disposizione un’incredibile quantità di informazioni: dai bilanci agli appalti e bandi di gara; dall’anagrafe degli eletti (che contiene informazioni chiave circa chi ricopre incarichi politici e di responsabilità burocratica) all’organigramma completo di tutti gli incarichi ricoperti nell’Ente.

Tra questi dati, c’è anche l’elenco dei beni confiscati pubblicato online da quegli Enti territoriali al quale patrimonio indisponibile l’Agenzia li trasferisce.

È un cambiamento rivoluzionario, specie per un Paese come l’Italia dove, fino a prima di questa legge, l’unico modo per esercitare il proprio diritto di sapere era essere un portatore di interesse, ossia avere valide ragioni per motivare la propria richiesta di dati alla Pubblica Amministrazione. L’interesse doveva poi essere diretto, concreto, attuale e pertinente, ma è inutile soffermarci oltre sul significato di queste espressioni, e più in generale sulla Legge 241 del 1990, cosiddetta dell’accesso agli atti, proprio perché oggi il punto di vista si è totalmente ribaltato a nostro favore: il solo fatto di essere cittadina o cittadino ci garantisce di poter conoscere la Pubblica Amministrazione senza dover motivare nulla. Anzi, sarà lo Stato a dover motivare un’eventuale assenza di dati o a provvedere tempestivamente se la mancanza non risulti fondata, magari a seguito proprio di una tua richiesta di informazioni, che si chiama “accesso civico”, semplice o generalizzato che sia. Tramite questo istituto, potrai sia chiedere tutti quei dati che già avrebbero dovuto essere online perché in presenza di un obbligo di legge (accesso civico semplice), sia tanti altri dati e documenti pubblici che, anche in assenza di imposizione normativa, nulla osta tu ne venga in possesso (accesso civico generalizzato).

I cittadini possono quindi operare vigilanza diffusa non solo in un’ottica di anticorruzione e monitoraggio del patto fiduciario, ma di compartecipazione civica alla buona gestione della cosa pubblica. Attorno a questa visione, Libera e Gruppo Abele hanno costruito l’iniziativa Common.

Legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati: quale è la sua storia e perché è un patrimonio da difendere

Ricostruire la storia della legislazione antimafia in materia di sequestro e confisca dei beni significa ricostruire un pezzo di storia del nostro Paese, anche, e anzi soprattutto, attraverso la memoria di quanti hanno speso la loro vita, fino all’estremo sacrificio, per consentirci oggi di guardare ai beni confiscati come beni comuni al servizio dei territori e delle persone che li abitano.

Il primo passo è, appunto, la Legge 646 del 1982, nota come Legge Rognoni-La Torre, approvata il 13 settembre del 1982. Una legge che segue di pochi giorni gli omicidi dello stesso Pio La Torre (Palermo, 30 aprile 1982) e del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (Palermo, 3 settembre 1982).

Una legge alla quale tuttavia occorreva aggiungere un ulteriore tassello: che fine avrebbero fatto i beni tolti ai mafiosi? È a questa domanda che Libera prova a dare una risposta, sulla base di una nuova rivoluzionaria intuizione: i beni confiscati devono essere restituiti alla collettività attraverso il loro riutilizzo sociale. Proprio con questo obiettivo dunque, appena nata, Libera avvia una raccolta di firme a sostegno di una petizione popolare che, grazie al coinvolgimento di oltre un milione di cittadini, ha portato all’approvazione di un’altra legge fondamentale, la 109 del 1996 (approvata il 7 marzo del 1996), che stabilisce come i beni confiscati non possano avere altra funzione se non quella sociale: devono tornare cioè alle comunità, alle quali sono stati sottratti con la violenza, e diventare servizi, scuole, strumenti e luoghi di lotta al disagio.

In questo modo si realizza un passaggio fondamentale: i beni vengono resi l’unico strumento di contrasto alle mafie in grado di unire e tenere insieme più dimensioni. Significa che i beni confiscati sono al tempo stesso: un atto di giustizia, perché andiamo a colpire le mafie nel portafoglio; una iniezione di fiducia nelle Istituzioni, perché dimostriamo di essere più forti di loro; uno strumento di economia e di lavoro, perché riusiamo quei beni facendoli tornare al bene comune; un’opportunità di riscatto e dignità per i territori nei quali si trovano; luoghi dall’altissimo valore simbolico, in grado di dimostrare che le mafie sono tutt’altro che invincibili.

M

Mappa dei beni confiscati: come funziona quella di Confiscati bene 2.0

Confiscati bene 2.0 è un portale della trasparenza collaborativo. Per questo la nostra mappa interattiva contiene sia i dati dell’Agenzia nazionale pubblicati in Openregio, sia quelli forniti dai cittadini, dai gestori e dalle Pubbliche Amministrazioni. Significa che conterrà, a differenza di qualunque altro portale, tanto dati istituzionali che dati civici.

Monitoraggio civico: quale strategia per Confiscati bene 2.0

Libera si interroga da tempo sul cosa significa fare cittadinanza monitorante, specie dopo che la Legge 190 del 2012 ha disegnato l’impianto di prevenzione del malaffare affidando un cruciale ruolo di vigilanza diffusa alla società civile stessa.

Questa locuzione, cittadinanza monitorante, nasce quindi come risposta a un bisogno fortemente emerso dalle iniziative territoriali, coordinamenti e presidi, che richiedono strumenti concreti per essere più efficaci nell’azione di prevenzione della corruzione, e di conseguenza della presenza dei clan. Non a caso, abbiamo rigirato l’espressione più diffusa monitoraggio civico, ponendo primaria attenzione al civico (cittadinanza, il vero nostro fine) e poi al monitoraggio (monitorante, ossia il mezzo, la call to action).

Abbiamo quindi lavorato per tradurre un difficile contenuto normativo in strumenti fruibili e comprensibili a tutti, nella certezza che se restano solo di qualcuno nessun cambiamento sarà davvero possibile. Gli esiti di questa semplificazione sono contenuti nel manuale Anticorruzione pop, edito da Gruppo Abele e a firma di Alberto Vannucci e Leonardo Ferrante. Pop sta appunto per popolare, col significato di qualcosa che tutti possono fare.

Non solo: attorno a questi contenuti, Libera, col Gruppo Abele, promuove l’iniziativa Common, acronimo di comunità monitoranti : il fine è stimolare, far crescere e incoraggiare la nascita e il rafforzamento di questo tipo di azione civica che può applicarsi a tutto ciò che è bene comune, non intendendola solamente “in negativo” come lotta al malaffare, ma anche “in positivo” come promozione del buon modo di gestire la cosa pubblica anche attraverso la vigilanza civica organizzata in gruppi. Non è infatti possibile parlare di cittadinanza senza fare riferimento, nello specifico, a singole comunità.

Come Libera, nello sperimentare a livello nazionale questi strumenti, abbiamo voluto cominciare da quel tipo di bene comune che più racconta la nostra storia: i beni confiscati. Ecco perché le nostre strade hanno intrecciato quelle di un progetto già attivo, Confiscati bene, promosso dall’associazione Ondata oggi nostro partner, facendo evolvere il portale alla luce del linguaggio, del modo di intervento e delle metodologie che come Libera ci stiamo dando sotto il cappello dell’iniziativa Common.

 

#monitorabene: la community dei cittadini monitoranti di Confiscati bene 2.0

Monitora bene è la community che, come Confiscati bene 2.0, mettiamo a disposizione di chi è chiamato a vivere il bene attraverso la propria partecipazione alle attività che vi si svolgono e a vigilare affinché, dei beni, non ne vada perduto neppure uno: i cittadini monitoranti.

Attraverso questo spazio digitale intendiamo anzitutto contarci: la sola iscrizione al portale è evidenza del voler entrare a far parte della grande comunità monitorante dei beni confiscati d’Italia, e di conseguenza di quella del proprio territorio. Attraverso la piattaforma daremo infatti informazione su laboratori di vigilanza civica nazionali e territoriali, oltre che su iniziative organizzate dai vicini di casa che gestiscono beni.

Soprattutto, Monitora bene permette di utilizzare gli strumenti del diritto di sapere, attraverso Chiedi ai Comuni, un tool per l’esercizio di accesso civico all’elenco dei beni confiscati trasferiti ai Comuni.

È il luogo che, nel tempo, raggrupperà strumenti, campagne di vigilanza e infografiche prodotte sui territori, condividerà idee per creare iniziative locali finalizzate a generare cambiamento laddove la resistenza degli Enti può farsi più forte; metterà a disposizione altri strumenti civici finora non immaginati e frutto del continuo stimolo dal basso.

N

Numeri: partire da loro per distinguere (buone e cattive) pratiche di riutilizzo

Avere a disposizione numeri di qualità sui beni confiscati sottende ragioni diverse e tutte importanti.

La prima riguarda una questione di trasparenza: i beni confiscati sono beni comuni, dunque beni di tutti. In quanto patrimonio pubblico, è indispensabile, oltre che obbligatorio per legge, che la Pubblica Amministrazione fornisca informazioni quantitative adeguate. Ciò permette anche di evitare logiche opache nell’assegnazione dei beni stessi.

La seconda ragione è che solo avere a disposizione dati quantitativi adeguatamente esaustivi sul numero dei beni e sulle pratiche di riutilizzo può agevolare l’analisi qualitativa, cioè consentirci di capire se quelle pratiche possano essere considerate buone pratiche. In buona sostanza, ci consente di esercitare la nostra azione di monitoraggio civico.

Nuovo ciclo di Confiscati bene: perché “duepuntozero”

Con nuovo ciclo di Confiscati bene intendiamo tutti quei cambiamenti nel modo di raccogliere, condividere e produrre dati che, a seguito del progetto Confiscati bene 2.0 finanziato da Fondazione Tim che vede insieme Libera e Ondata, ha profondamente modificato la piattaforma, facendola evolvere in senso collaborativo.

Il “duepuntozero”, sintesi di questo cambio di passo, sottende che a essere ora protagoniste del portale sono le tre comunità che a diverso titolo si occupano dei beni confiscati e che sono chiamate a condividere e produrre dati sui beni: cittadini monitoranti, soggetti gestori, Enti pubblici.

O

Openregio: che cos’è la piattaforma dell’ANBSC (e perché non ci sostituiamo a essa)

OpenRegio è quel portale aperto di dati che, anche grazie a sollecitazioni giunte dalla società civile, dalla primavera del 2017 l’Agenzia nazionale utilizza per rendere pubblici i dati in suo possesso sui beni stessi. OpenRegio costituisce dunque la prima preziosa, anche se ancora parziale, fonte istituzionale di informazioni sui beni confiscati in formato aperto.

Per comprendere OpenRegio, occorre precisare che il carattere delle fonti in materia di beni confiscati varia a seconda della natura di chi deve (o dovrebbe) mettere a disposizione dati e notizie. La prima tipologia è quella delle fonti istituzionali. A questa categoria appartengono tutti quei soggetti, appunto, istituzionali, ai quali la legge assegna competenze specifiche in materia di beni confiscati e che la stessa legge obbliga alla pubblicità dei dati.

Il primo di questi soggetti è appunto l’Agenzia Nazionale, soggetto di diritto pubblico con personalità giuridica, che tra le sue funzioni ha anche quella della rendicontabilità dell’universo dei beni confiscati.

Perché raccoglie anche dati civici, prodotti da comunità monitoranti o messi online direttamente dai soggetti gestori. E perché ha finalità differenti: non vogliamo sostituirci allo Stato nel contare i beni o le particelle di cui sono composti (ossia: non intendiamo fare monitoraggio istituzionale), quanto piuttosto verificare che le pratiche di riutilizzo su essi svolte stiano effettivamente producendo cambiamento.

Open government: il modello a cui Confiscati bene 2.0 si ispira, con una differenza sostanziale

Con Open Government si fa in generale riferimento a tutte quelle azioni, dalla trasparenza amministrativa alla condivisione di decisioni strategiche assieme alla società civile, che le Istituzioni pubbliche (nazionali, territoriali e locali) possono mettere in campo per divenire aperte, conoscibili, partecipate, oggetto di vigilanza civica.

Pertanto, a tutti gli effetti il nuovo ciclo di Confiscati bene appartiene a questo insieme di prassi, con una piccola differenza sostanziale: il modello su cui si fonda questo portale, pur mettendo al centro la correlazione tra cittadini e istituzioni e la collaborazione tra diverse comunità, non esclude che in taluni casi residuali possa essere la società civile, e non la Pubblica Amministrazione, a farsi promotrice di cambiamento, tramite la sua opera di monitoraggio civico, anticipando e stimolando l’azione degli Enti pubblici stessi.

È una sorta di correttivo metodologico, che proponiamo anche a chi si occupa di tematizzare l’Open Government, necessario specie laddove la cooperazione degli Enti non sia scontata, in quanto tutta l’azione delle comunità monitoranti dei beni confiscati si fonda sul principio della “buona fede fino a prova contraria”.

Come stile, infatti, ed è lo stile dell’iniziativa Common, siamo lontanissimi da chi utilizza gli strumenti della cittadinanza monitorante per verificare la tempestività della Pubblica Amministrazione e da chi vive di sola cultura dello scontro a tutti i costi; viceversa, chiediamo quei dati che permettono di prenderci cura di un bene comune oltre il mero accesso civico, in un clima di cooperazione con le Amministrazini. Ma non escludiamo a prescindere che ci si possa trovare in una posizione di conflitto sostanziale qualora non si vogliano rispettare gli obblighi di pubblicazione, violando il diritto di sapere posto in capo ai cittadini. Conflitto che gestiremo sempre in forme nonviolente, al fine di generare un cambiamento di scelte anche nell’Ente più restio, tramite advocacy dal basso.

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#partecipa: il forum di Confiscati bene 2.0

#partecipa è il forum digitale di Confiscati bene 2.0 pensato come un contenitore in cui trova spazio ogni ragionamento attorno ai beni confiscati o alla piattaforma stessa, da poter condividere in una sorta di dietro le quinte.

È anzitutto il luogo dove poter darci nuove idee sul portale, proporre altri strumenti informatici o diverse azioni di community building, suggerire miglioramenti del sito a cui ancora non abbiamo pensato.

È anche lo spazio per chi, ricercatore, attivista di Libera o di un’altra associazione, vuole ricercare sui beni confiscati e intende contattarci per chiedere un supporto.

In ultimo, è il luogo, utile alla community #pubblicabene degli Enti istituzionali, nel quale sarà possibile mettere a disposizione elenchi, bandi, regolamenti ed ogni altro documento sui beni che la Pubblica Amministrazione riterrà utile condividere in questo spazio. In questo modo, faremo del forum un luogo di confronto anche sulle prassi amministrative, per discuterne insieme e per rendere più veloce ed efficace il percorso di restituzione alla collettività dei beni confiscati ai mafiosi.

Portale della trasparenza collaborativo: che significa e perché Confiscati bene 2.0 appartiene a questo tipo

Per portale della trasparenza si intende una sorta di faldone digitale che mette insieme, assemblandoli, dati e informazioni in licenza e con formato aperti, molti dei quali la legge ne prevede l’obbligo di pubblicazione, e che insistono su uno stesso tema pur provenendo da fonti diverse (uffici interni allo stesso ente, enti pubblici diversi tra loro, anche soggetti privati e civici). Non è troppo diverso da un grande foglio di calcolo, con tanti numerini per ogni cella, ma con il vantaggio di essere fruibile online e utilizzabile e riutilizzabile da tutti al fine di capire delle cose.

L’idea rivoluzionaria del nuovo ciclo Confiscati bene, che segna un cambio di passo rispetto alla sua precedente versione e rispetto ad altri ottimi portali pur esistenti, riguarda l’evoluzione del portale in senso “collaborativo”, ossia il come creare e raccogliere questi dati. La risposta di Confiscati bene 2.0 è: facciamolo insieme, ciascuno per quello che gli è proprio. Significa che vogliamo portare cittadini monitoranti, enti gestori e soggetti pubblici a collaborare su un’unica piattaforma, nella consapevolezza che quanto più ciò avviene, tanto più ad una trasparenza formale corrisponderà la condivisione di una visione: quella secondo la quale la luce dei dati aiuta a gestire nel modo migliore gli stessi beni.

Solo così sarà possibile applicare il senso profondo della normativa sulla prevenzione della corruzione del 2012.

Pratiche di riutilizzo: che cosa sono e perché vogliamo mapparle

Pratiche di riutilizzo sono tutte quelle esperienze concrete di riutilizzo sociale dei beni confiscati nate grazie all’impegno di tante realtà sociali, associazioni, cooperative, gruppi, che, dal Nord al Sud del Paese, hanno deciso di mettersi in gioco nella gestione dei beni sottratti ai clan. Il loro fine è dare piena attuazione alla legge 109/96 e al principio della restituzione alla collettività del maltolto. Censire e mappare queste esperienze significa anzitutto conoscere quale rivoluzione abbia prodotto la legge sul riutilizzo sociale dei beni confiscati. Ma significa anche comprenderne fino in fondo il valore simbolico, sociale, culturale ed economico e, in ragione di questo valore, quanto sia importante valorizzarle.

Nel 2016, a vent’anni dall’approvazione della legge 109/96, Libera, con il sostegno di Fondazione Charlemagne, ha realizzato una ricerca sui beni confiscati alle mafie e riutilizzati socialmente. BeneItalia ha censito e mappato, al momento della sua prima pubblicazione nel giugno del 2016, 524 realtà tra associazioni e cooperative sociali (oggi ne contiamo circa 800) che gestiscono beni confiscati in tutta Italia, prevalentemente appartamenti, ville e terreni, mettendo in luce il valore non solo sociale e culturale ma anche economico e produttivo del riutilizzo sociale dei beni confiscati. Per dimostrare che restituire i beni alla collettività non solo è una cosa buona e giusta, ma anche conveniente. Da questi numeri partiamo per ridisegnare l’azione di Confiscati bene.

Alle pratiche di riutilizzo gestite dal terzo settore vanno poi aggiunte tutte le esperienze di riutilizzo per fini istituzionali, gestiti direttamente dallo Stato attraverso le sue Amministrazioni e che mappiamo in Confiscati bene 2.0.

#pubblicabene: la community degli enti pubblici di Confiscati bene

Pubblica bene che, come Confiscati bene 2.0, mettiamo specificatamente a disposizione di chi ha la responsabilità, posta dalla legge, di garantire l’amministrazione, l’assegnazione e il buon funzionamento complessivo dei beni confiscati: le Istituzioni pubbliche.

Garantendo questo spazio digitale, e nello specifico attraverso il forum Partecipa, sarà possibile mettere a disposizione elenchi, bandi, regolamenti ed ogni altro documento sui beni. In questo modo, si anticipa ogni richiesta civica di trasparenza, in quanto il primo passo viene dagli stessi Enti pubblici “produttori” di dati sui beni. Al tempo stesso, il fine è costruire un’attività di confronto di prassi amministrative finalizzata a rendere più veloce ed efficace il percorso di restituzione alla collettività dei beni confiscati ai mafiosi.

Pubblica bene si fa poi promotrice di una proposta a tutti i Comuni: attivare un tavolo permanente sui beni confiscati alla criminalità organizzata. Proponiamo cioè di dare vita ad un osservatorio che, a livello comunale e mettendo insieme soggetti istituzionali e soggetti civici, possa aiutare a monitorare la situazione e a facilitare e velocizzare le esperienze di riutilizzo sociale.

Q

Quantitativi e qualitativi: sulla natura dei dati sui beni confiscati e sul perché occorrono entrambi

La disponibilità di dati quantitativi è presupposto indispensabile per esercitare la nostra azione di monitoraggio civico sui beni confiscati. Avere cioè a disposizione dati istituzionali quantitativi adeguatamente esaustivi sui beni e continuamente aggiornati, sulla loro ubicazione e sulle loro caratteristiche è il primo passo per poter procedere ad un ulteriore approfondimento di carattere qualitativo: quel bene è riutilizzato? Se sì, in che modo? Se no, perché? E come posso fare io per facilitarne il riutilizzo sociale?

Attorno a queste domande è possibile costruire il nostro lavoro di produzione e raccolta anche di “dati civici” tramite report di monitoraggio, ossia quel tipo di dati che riguardano più la vita del bene che dati formali su di esso, e che la Pubblica Amministrazione non è tenuta a tracciare. In possesso di tutti questi dati di natura diversa, sarà possibile avere un quadro veramente completo sulla vita dei beni confiscati ai clan e restituiti alla collettività.

Report di monitoraggio: come si generano dati civici con Confiscati bene 2.0

Con report di monitoraggio, intendiamo quell’azione civica principalmente rivolta a produrre, raccogliere e condividere dati circa la vita del e sul bene confiscato.

Ci riferiamo cioè a quella capacità, dei cittadini monitoranti, che non riguarda l’esercizio del diritto di conoscere dati istituzionali, ma che mette in gioco la possibilità di produrre dati e informazioni di interesse civico, ossia tutti quei dati che non compete alla Pubblica Amministrazione raccogliere, ma che sono strategici per conoscere come effettivamente i beni confiscati stanno generando cambiamento.

Confiscati bene 2.0 permette a tutti di scrivere e condividere un report di monitoraggio accedendo alle singole pratiche di riutilizzo, magari a seguito di una biciclettata monitorante o una più semplice visita al bene, durante la quale occorre guardarsi intorno e intervistare i soggetti gestori.

Riuso dei dati sui beni confiscati e riutilizzo sociale: perché sono due facce della stessa medaglia

Il riuso dei dati è quel diritto fondamentale che permette di “estrarre” un dato aperto dal luogo della sua originaria pubblicazione e “farlo parlare”, cioè metterlo a confronto con altri dati a loro volta presi da dataset differenti. Se parliamo di beni confiscati, significa anzitutto poter far convergere su una stessa piattaforma dati sui beni derivanti da portali e siti istituzionali diversi (quello dell’Agenzia, quello dei Comuni, quello delle Regioni …), per poi confrontarli con dati di produzione civica, aperti anch’essi allo scambio, circa la vita del e sul bene (le forme di riutilizzo, il numero di dipendenti di una certa cooperativa, la finalità esatta a cui è destinato, i beneficiari …).

Confiscati bene 2.0 mette quindi in correlazione due forme estremamente diverse di riuso, dando a ciò un forte significato simbolico: stiamo parlando di bene comune nel caso di riuso e scambio di dati aperti sui beni, e continuiamo a parlare di bene comune nel caso si focalizzi la cooperazione sociale che in essi vi si attiva.

S

Scuole Common: che cosa sono e come si intrecciano con Confiscati bene 2.0

Con Scuole Common s’intendono quei percorsi di empowerment della società civile finalizzati a radicare gli strumenti della cittadinanza monitorante, ponendo parimenti al centro la lotta al malaffare e la tutela del bene comune. Nello specifico, nel 2015 Libera ha ripensato profondamente la sua azione contro la corruzione provando ad ascoltare i territori (coordinamenti regionali, coordinamenti provinciali, presidi) circa quali strumenti servissero loro per fare anticorruzione a livello locale. Al tempo stesso la Legge 190 del 2012 in essa sancito, in assenza dell’esercizio del quale rischia di crollare l’intero impianto di prevenzione della corruzione.

Dall’incontro di queste due esigenze, una dal basso (le necessità locali) e l’altra dall’alto (la legge), è nata l’idea di provare a mettere, attorno a uno stesso tavolo, tutti i soggetti civici italiani che cominciavano a parlare di monitoraggio civico.

Nasce così, nell’estate del 2016, la prima Scuola nazionale di cittadinanza monitorante, promossa da Gruppo Abele, Libera e Master APC di Pisa e finalizzata a garantire un luogo d’incontro aperto tra esperienze e persone che a diverso titolo si riconoscevano in questa espressione, ma ponendo a tutti una sfida: più che di strumenti (il monitoraggio), che si parlasse di cittadinanza e delle forme che essa ha per vigilare il bene comune.

È attorno a questa sensibilità, ossia del mettere al centro le persone dando loro strumenti anticorruzione, che è nata l’iniziativa Common, nome che tiene insieme il focus sulle comunità monitoranti (di cui è acronimo), la tutela dei beni condivisi (i commons) e l’azione delle persone comuni (common people, per dirla con gli inglesi).

L’iniziativa si dà subito un manuale, Anticorruzione pop(edito da Edizioni Gruppo Abele, scritto a quattro mani dal prof. Alberto Vannucci e Leonardo Ferrante) e un modello di intervento, contenuto nel testo, Bussola Common. L’acquisizione della bussola sarà l’oggetto di tutta la seconda Scuola Common (si modifica di conseguenza anche il nome dell’appuntamento annuale) del giugno 2017: l’obiettivo è creare le precondizioni per diffondere, in tutta Italia, esperienze, le comunità monitoranti che agiscano con un medesimo metodo, linguaggio, stile, capacità di impatto, pur vigilando temi diversi: salute e ambiente, Pubblica Amministrazione, beni confiscati... Circa i beni, quell’anno Scuola Common darà molto spazio al tema della loro vigilanza dal basso: ciò garantirà quella base indispensabile di confronto su cui si costruirà il portale Confiscati bene 2.0 per come lo si vede oggi.

La terza scuola nazionale Common del luglio 2018 ha avuto ancora una differente fine: costruire la figura dell’attivatore di comunità monitoranti, ossia un referente del territorio in grado di decifrare il contesto locale, saper progettare una buona strategia di monitoraggio, usare Bussola Common, gestire gruppi e manutenere reti, raccontare la propria azione a molti.

Sempre nel 2018, da diversi luoghi d’Italia comincia a sollevarsi una richiesta di empowerment diffuso: nascono così le scuole Common territoriali, molte delle quali a carattere regionale, primo passo per la nascita di comunità monitoranti. È in queste scuole che il tema della vigilanza civica dei beni confiscati diventa protagonista, sviluppandosi di pari passo con l’azione di community building prevista dal progetto Confiscati bene 2.0.

Oggi, da Nord a Sud, le Scuole Common restano il viatico principale per la diffusione di Confiscati bene 2.0 e, soprattutto, per l’engagement e la costruzione di quei gruppi in grado di utilizzare gli strumenti del diritto di sapere che la stessa piattaforma mette loro a disposizione.

A seguito della ridefinizione della strategia sull’anticorruzione, Common si pone come uno dei 3 pilastri sui quali Libera, col Gruppo Abele, fonda il suo impegno contro il malaffare, assieme a un’azione di formazione diffusa e a un servizio di ascolto e orientamento dei whistleblower, Linea libera.

Sequestro: che cosa avviene prima della confisca di un bene

Il sequestro è il primo dei tre istituti tipici del procedimento di prevenzione. Il primo passo di questo complesso procedimento è costituito dalle cosiddette indagini patrimoniali, che vengono disposte nei confronti di soggetti indiziati di appartenere ad organizzazioni mafiose. All’esito di queste indagini e facendo leva sul principio della sproporzione tra il reddito dichiarato e il reale tenore di vita del proposto, il giudice emette, inaudita altera parte (in parole povere, senza alcun contraddittorio), il provvedimento di sequestro dei beni, che di fatto congela il patrimonio oggetto della misura di prevenzione.

Sulla carta quindi i beni sequestrati, e questa è la cosa più importante da sapere, non sono più nella disponibilità del mafioso ma non sono neanche trasferiti al patrimonio dello Stato. E tuttavia, si possono verificare anche casi nei quali, in ragione del particolare valore simbolico di un bene e per preservarlo con maggiore efficacia, sin dalla fase di sequestro, venga disposto l’affidamento in gestione per finalità sociali. Ricorda: quando parliamo di misure di prevenzione, e quindi ai fini del sequestro e della confisca di prevenzione, non è necessario che sia stata provata la commissione di un reato (come invece accade nel caso della confisca penale, che segue la condanna alla fine di un processo penale).

Al sequestro segue la fase di contraddittorio, quella in cui il “proposto” (si chiama così il soggetto nei cui confronti si procede con le misure di prevenzione) proverà a dimostrare che 2+2 fa... 5, a cui segue la confisca nei suoi diversi gradi di giudizio.

Storia di Confiscati bene: come siamo arrivati a renderlo “duepuntozero”

Il portale Confiscati bene ha una storia lunga. Nasce nel 2014 sotto la spinta di un gruppo di persone dal forte carattere innovativo, convinte delle potenzialità del digitale circa i temi della legalità, a cominciare dai beni confiscati di cui, specie al tempo, era poco chiaro anche solo il numero. Concentreranno i loro sforzi in un hackaton bolognese, il cui risultato sarà la prima piattaforma di Confiscati bene, fortemente innovativa se si considera che, a quel tempo, Openregio non era ancora online.

È del 2015 l’incontro tra queste persone (alcune delle quali di lì a poco si raggrupperanno formalmente nell’associazione Ondata) e Libera, storicamente impegnata sui temi dei beni confiscati avendo all’attivo alcune esperienze di geoblog regionali e sempre più convinta dell’esigenza di strutturare una propria proposta attorno al tema del monitoraggio civico.

L’idea è chiara e condivisa fin da principio: far entrare Libera, ossia la sua storia, la sua energia e la sua gente, all’interno della piattaforma resa viva da Ondata. È così che Confiscati bene può ridisegnarsi su un nuovo ciclo ed evolvere nelle forme di un portale di dati collaborativo, frutto diretto dell’azione di tre comunità che a diverso titolo si occupano di beni confiscati e con le quali Libera ha un rapporto o un dialogo da tempo: quella dei cittadini monitoranti e quella degli enti pubblici, contando sulla capacità di Ondata di offrire loro potenti strumenti digitali. Ecco perché, insieme, viene pensato il progetto “Confiscati bene 2.0”, dove quel “duepuntozero” sottende proprio questo cambio di passo nella raccolta e produzione del dato sui beni.

Il finanziamento arriva grazie a Fondazione TIM, realtà espressione dell’impegno sociale di Tim, la cui missione è promuovere la cultura del cambiamento e dell’innovazione digitale favorendo l’integrazione, la comunicazione, la crescita economica e sociale. Non a caso quindi il progetto risulta vincitore dell’edizione 2015 di #ITALIAx10, ma la strada è appena all’inizio.

Ci sono voluti due anni per arrivare al portale, e il lavoro fatto è stato lungo. Tante volte siamo stati a un passo dal lancio e altrettante volte siamo tornati indietro, affinché il tutto fosse quanto più possibile di facile utilizzo per le comunità che si intende generare e accrescere, raccogliendo molte proposte dal basso.

Non sono mancati neanche confronti, a volte intensi, tra i due partner del progetto, oggi maturati: Libera ha imparato a dare il giusto valore al lavoro attorno ai dati specie se in formato aperto, mentre Ondata ha compreso quanto sia difficile ed entusiasmante mettersi nella testa dei cittadini attivi a cui si vuole arrivare.

T

Trasparenza amministrativa: perché gli enti devono mettere dati online (e perché possiamo monitorarli)

La trasparenza amministrativa è una delle due gambe su cui poggia il modello di prevenzione della corruzione disegnato dalla Legge 190 del 2012. Con questa espressione indichiamo tutti quei dati (e tutti quegli atti e fatti finalizzati a pubblicare online tali dati) che riguardano il come la Pubblica Amministrazione spende risorse collettive, si organizza al suo interno, prende decisioni per tutti noi.

Il monitoraggio civico, la seconda gamba, è possibile se e solo se gli Enti pubblici garantiscono questi dati, ossia la loro piena rendicontabilità (o accountability, per dirla con gli inglesi).

A fare l’elenco di tutti i dati che obbligatoriamente vanno online, caricati in una specifica pagina “Amministrazione trasparente”, è il decreto 33 del 2013: dai bilanci all’organizzazione; dai bandi di concorso alle gare di appalto; dal piano triennale anticorruzione al dettaglio di beni immobili. compreso l’elenco dei beni confiscati. Una gigantesca miniera di informazioni che impegnano in forme importanti tutti gli Enti sui quali pende questo obbligo.

Sforzo del tutto vano se quei dati non vengono fruiti da parte dei cittadini, magari organizzati in comunità monitoranti. Altrimenti, la pubblicazione di dati rischia di essere solamente un adempimento burocratico dalla poca o nulla utilità.

Trasparenza integrale: che cos’è e come vogliamo raggiungerla

Con “Trasparenza integrale” facciamo riferimento a un obiettivo espresso per la prima volta in A.Vannucci, L.Ferrante, Anticorruzione pop, Edizioni Gruppo Abele 2016. È una concettualizzazione che parimenti mette insieme lo sforzo per la rendicontabilità amministrativa (la trasparenza) con il fine primario che attraverso essa si garantisce (l’integrità). L’idea a monte è che tramite la conoscibilità della cosa pubblica sia possibile ricostruire fiducia sociale se distrutta, ricomporla se lesionata, mantenerla intatta. Pertanto, per evitare quella frattura dell’integrità così difficile da ricostituire, occorre che la corruzione e la malagestione vadano anzitutto prevenute, anticipandole prima che si compiano, costruendo un apparato pubblico dalle mura di vetro, anzi di cristallo infrangibile, dove tutto sia osservabile e valutabile da tutti, ma con porte blindate per assicurare protezione dai ladri, rendendo il vivere collettivo (e la cosa pubblica) inospitale per i corruttori, inaccessibile ai corrotti, indisponibile alle mafie.

Non solo: è necessario un impegno ulteriore per creare un presidio nella Pubblica Amministrazione ad opera di una società civile capace di vigilare con la cura e l’attenzione che servono. Affinché la trasparenza integrale possa realizzarsi, occorre attivare sia strategie di prevenzione istituzionale del malaffare, ossia tutto quello che gli Enti possono fare al loro interno per rendere inoffensivi i circuiti opachi, quanto le prassi civiche di monitoraggio dal basso, che sono così cruciali anche per realizzare il secondo ciclo di Confiscati bene.

U

Unità immobiliari e particelle catastali: che differenza c’è

Comprendere bene la differenza tra particelle catastali e unità immobiliari è necessario quando si parla di beni confiscati per evitare errori interpretativi e facili conclusioni.

Per prassi, l’Agenzia nazionale censisce le particelle catastali confiscate e non il numero delle unità immobiliari complesse che le particelle stesse vanno a comporre.

Significa cioè che l’Agenzia non conta i beni veri e propri, ossia le singole unità immobiliari (come un terreno o una palazzina), ma le particelle di cui quel bene è composto, che possono essere molto superiori nel numero. Un singolo appezzamento con finalità agricole di una certa dimensione può essere ad esempio composto da oltre dieci, se non venti particelle catastali.

Attenzione perché, confrontate con le particelle catastali, le esperienze di riutilizzo sembrerebbero molto inferiori rispetto al loro impatto reale. Infatti, un conto è dire ad esempio che esistono dieci esperienze per un territorio che conta oltre cento particelle confiscate; tutt’altro è dire che quelle dieci esperienze lavorano su un territorio dove i beni confiscati, intesi come unità, sono trenta in tutto.

Mettere in secondo piano il dato delle particelle a favore di quello delle unità immobiliari complesse, riesce invece a far risaltare come il numero delle pratiche di riutilizzo non sia affatto così basso o poco significativo come a volte, magari per spingere alla vendita dei beni e di fatto finendo a fare un favore alle mafie, si vuole far credere.

Ecco perché contare bene è indispensabile, per far contare nel giusto modo le esperienze di riutilizzo e il lavoro che da oltre venti anni mettono in campo contro i clan.

 

V

Vendita dei beni confiscati ai privati: perché siamo contrari

La vendita dei beni confiscati ai mafiosi non è mai stata un tabù. Già nella Legge 109 del 1996 è prevista l’opzione della vendita per quei beni il cui riutilizzo sociale si rivela oggettivamente impossibile. Dunque, nessun dogma. Libera continua a considerare la messa a reddito dei beni un’opzione praticabile, a patto però che resti un’eccezione, non la regola. Occorrono una serie di garanzie in ordine alla priorità del riutilizzo sociale e, in caso di messa a reddito e di vendita, in ordine ai soggetti ai quali la legge concede la possibilità dell’acquisto. Ecco perché ci lascia perplessi la previsione normativa, contenuta nel recente Decreto Sicurezza, di aprire anche a tutti i privati la possibilità di acquistare all’asta i beni confiscati. La nostra preoccupazione è che la vendita, da extrema ratio, finisca a divenire una scorciatoia, utilizzata per evitare le possibili criticità che si riscontrano nella destinazione e assegnazione dei beni. Non solo: ci preoccupa la possibilità che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi fortemente inferiori e svalutati, ma che il loro acquisto possa essere realizzato da componenti di quella area grigia, fatta da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agisce formalmente nella legalità, ma in realtà opera per la riuscita di operazioni commerciali e finanziarie capaci di riciclare il danaro sporco e di provenienza illecita (es. evasione fiscale, truffe, frodi), magari proprio per conto o col beneplacito dei clan a cui i beni sono stati confiscati. Il rischio che si aggirino i paletti previsti per garantire una vendita controllata sono concreti.

Ecco perché fare trasparenza sui beni confiscati, ed è il fine di Confiscati bene 2.0, è oggi quanto mai necessario: per dimostrare, numeri corretti alla mano, che è molto meglio se i beni finiscono a essere utilizzati a fini istituzionali e sociali, più che venduti. E che il riutilizzo, nonostante tante chiacchiere spesso strumentali, funziona. Anzi, può funzionare ancora meglio se vengono rimosse quelle difficoltà all’origine che nessuno vuole nascondere. Ogni riforma dovrebbe andare a rimuovere quegli ostacoli, e non certo a rimuovere i beni confiscati dalla disponibilità dello Stato e delle organizzazioni sociali.

Vigilanza diffusa: non un Grande fratello, ma un supporto al bene comune

Nel classico 1984, George Orwell descrive lo stato totalitario di Oceania retto da un dittatore che nessuno ha mai visto, che forse non esiste in carne e ossa, ma che governa sopra tutti: il “Grande Fratello”. Big brother is watching you, è lo slogan ripreso in ogni momento nei confronti di una popolazione perennemente sotto controllo.

Basta questa semplice descrizione a tracciare una macroscopica differenza tra un occhio che controlla tutti tipico del regime distopico descritto dallo scrittore britannico, e i tanti occhi di ciascuno di noi, che concretizzano il ruolo di monitoraggio civico al fine di collaborare alla buona gestione della cosa pubblica (e che nulla c'entrano con il voyeurismo tipico di alcune trasmissioni televisive).

Viceversa, il modo migliore per intendere il ruolo dei cittadini monitoranti è riassunto in un graffito disegnato sui recinti che delimitano il perimetro esterno del Palazzo presidenziale di Kabul. Lì nel 2015, un gruppo di artisti, prevalentemente donne, ha dipinto dei giganteschi occhi che fissano intensamente l’osservatore, accompagnati da una frase che pressappoco recita: “La corruzione non sfugge ad Allah e neanche agli uomini”. Nell’Afghanistan tormentato da faide e insanguinato da un’infinita guerra civile, la corruzione pubblica, spesso foraggiata dirottando gli aiuti internazionali per la ricostruzione del Paese nelle tasche di alcuni corrotti, ha finito con l’attizzare una sfiducia che i movimenti radicali capitalizzano per accumulare consensi, Isis in primis.

A noi tutti spetta il compito di aprire il proprio “occhio di Kabul”, non solo come prevenzione di malagestione e malaffare che pure può annidarsi nel mondo dei beni confiscati, ma anche al fine di illuminare i beni che, per avere un forte impatto sul reale, devono essere conosciuti, fruiti, resi protagonisti del territorio. Solo in questo modo possiamo davvero riprenderci ciò che le mafie hanno provato a portarci via.

Z

Zero dati mancanti sui beni confiscati: il nostro obiettivo

L’obiettivo di Confiscati bene, nel suo nuovo ciclo 2.0 che vede convergere in comune gli sforzi di Libera e Ondata grazie al sostegno di Fondazione Tim, non sta più nel chiedersi quali dati abbiamo circa i beni confiscati, ma quali siano quelli che mancano, istituzionali o civici e fare di tutto per ottenerli nelle forme più efficaci e nel minor tempo possibile: domandarli alla Pubblica Amministrazione, produrli stimolando comunità monitoranti, farli immettere direttamente dai soggetti gestori.

Entro la fine del 2020, vogliamo che non ne sfugga neppure uno: questa è la nostra meta. Non desideriamo essere l’ennesima “buona pratica”, ma il motore di un vero e proprio cambio di paradigma. Intendiamo generare cambiamento nel modo d’intendere i beni confiscati in questo Paese: una risorsa da preservare e incoraggiare (non certo da vendere o svendere), mettendo al centro la loro gestione libera da logiche opache. Così come vogliamo siano colte tutte le possibilità offerte dalla trasparenza amministrativa nel suo spirito autentico e non formale, affinché si diffonda un’autentica cultura della trasparenza integrale.