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25 novembre - il riutilizzo sociale dei beni confiscati a sostegno delle donne vittime di violenza

 Libera e OnData con il progetto Confiscati Bene 2.0 partecipano al 4° Piano nazionale per l’open government.Insieme al DPCoe-NUVAP (Nucleo di valutazione e analisi per la programmazione del Dipartimento per le politiche di Coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri) e all’ANBSC (Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità confiscati), Confiscati Bene 2.0 è impegnato nella realizzazione di obiettivi finalizzati ad assicurare una sempre maggiore trasparenza così come definiti nell’ambito dell’azione 1- Dati aperti dell’Action Plan nazionale.In particolare, con questa pubblicazione si avvia l’attività di realizzazione di reportage tematici con un approfondimento, dettato dalla ricorrenza del 25 novembre, Giornata mondiale per le donne vittime di violenza, su pratiche di riutilizzo sociale di beni confiscati alle mafie, con particolare attenzione a quelli che stimolano la partecipazione e il reinserimento di donne vittime di violenza e di violenza mafiosa. Il portale Confiscati Bene e tutta la nostra strategia di costruzione di laboratori di monitoraggio civico locali nasce dalla consapevolezza di quanto sia importante costruire un rapporto stabile di fiducia tra cittadini e istituzioni. Questo prima analisi nasce congiuntamente con OpenCoesione, il portale nazionale degli open data sulle politiche di coesione, che per celebrare questa giornata pubblica contestualmente a Confiscati bene una Data Card sui progetti finanziati dalle politiche di coesione per offrire sostegno alle donne vittime di violenza Dall’analisi sui dati di monitoraggio selezionati e pubblicati nel corso dell’ultimo anno su OpenCoesione su questo tema parte dunque l’approfondimento di Confiscati Bene.–--- 20 progetti finanziati per circa 15 milioni di euro. 20 beni confiscati in 5 Regioni che diventeranno luoghi di accoglienza, sostegno, ascolto, accompagnamento e aiuto alle donne vittime di violenza. Tutto questo grazie al PON Legalità (Asse 3 "Favorire l'inclusione sociale attraverso il recupero dei patrimoni confiscati" - Azione 3.1.1 "Interventi di recupero funzionale e riuso di vecchi immobili in collegamento con attività di animazione sociale e partecipazione collettiva, inclusi interventi per il riuso e la ri-funzionalizzazione dei beni confiscati alle mafie") che, per la programmazione 2014 - 2020, ha previsto una linea di finanziamento, rivolta ai Comuni, che, tra i suoi specifici indirizzi, ne ha indicato uno finalizzato a sostenere interventi di rifunzionalizzazione dei beni confiscati da destinare a centri per donne che hanno vissuto la drammatica esperienza della violenza, nelle sue varie forme e manifestazioni. Un investimento significativo e importante, che è il segno dell’attenzione nel contrasto alla violenza di genere e che coniuga i percorsi di recupero e riutilizzo del patrimonio immobiliare sottratto ai clan all’esigenza di moltiplicare le esperienze di sostegno alle donne sui territori. Campania (8 interventi per oltre 6 milioni di euro), Sicilia (4 interventi per oltre 5 milioni di euro), Calabria (4 strutture per circa 2,5 milioni), Puglia (3 strutture per 158 mila euro), e Basilicata (1 struttura per 1 milione di euro) sono i territori interessati dai finanziamenti, che sono stati erogati ai Comuni ai quali spetterà il compito di attuare gli interventi di recupero strutturale degli immobili da assegnare (o già assegnati) mediante procedure ad evidenza pubblica a realtà sociali che si occuperanno poi di dare concretezza ai progetti. Accadrà per esempio a Scafati, in provincia di Salerno, dove un intero fabbricato diventerà “La dimora di Iside”, un centro di accoglienza, articolato in quattro unità residenziali, capace di accogliere fino a 20 donne, eventualmente con anche con i loro bambini). O ad Afragola, in provincia di Napoli, sui terreni della Masseria Antonio Esposito Ferraioli, con un intervento finalizzato ad offrire sostegno nella gestione delle relazioni con i figli e nella valorizzazione delle competenze utili ad un reinserimento lavorativo. Ma accadrà anche a Mesagne (Brindisi), a Palazzo San Gervasio (Potenza), a Gioiosa Ionica (Reggio Calabria), Capo d’Orlando (Messina) e in tanti altri Comuni del Mezzogiorno, dove restituire i beni confiscati per progetti di sostegno alle donne vittime di violenza aggiungerà valore a valore. E dove il riutilizzo sociale dei beni confiscati, ancora una volta e ancora di più, contribuirà a fare memoria di quelle donne vittime insieme della violenza mafiosa e di femminicidio. Come Lea Garofalo, testimone di giustizia ribellatasi alle logiche di mafia e uccisa per volontà del suo stesso marito.

A Genova le saracinesche parlano: e raccontano di 44 beni confiscati riassegnati

Davide Ghioresponsabile Beni Confiscati per Libera GenovaCantiere per la Legalità Responsabile In una passeggiata per i carruggi del centro storico di Genova può capire di imbattersi in delle saracinesche dipinte. Sopra il disegno delle scritte reciteranno che “Un bene confiscato cambia il volto alla città”, “v’illuminerà”, “apre alla bellezza”, “smuove le acque”, “è spazio per le idee” e se le si visiterà tutte seguendo il percorso suggerito da ognuna di esse si potrà scoprire che un bene confiscato può essere e può fare moltissime altre cose. Potrà capitare anche di trovare delle scolaresche intente a seguire l’intricato percorso. L’idea di “far parlare” le saracinesche confiscate nei vicoli, altrimenti assolutamente anonime e indistinguibili dalle altre, è stata portata avanti negli ultimi 3 anni da un gruppo di attivisti e associazioni del centro storico, il Cantiere per la Legalità Responsabile, allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo una delle più grandi confische di immobili alla criminalità organizzata del Nord Italia.La confisca Canfarotta, definitiva nel 2014, conta infatti ben 96 beni a Genova, 69 concentrati nel centro storico e la maggioranza nel sestiere della Maddalena, un luogo dove, a fronte di un tenace tessuto sociale e commerciale, lo spaccio e la prostituzione in pieno giorno sono problemi decennali quando non secolari. L’abbandono che il centro storico ha subito nel secondo dopoguerra, magistralmente raccontato con le note di Fabrizio De Andrè, non ha aiutato certo a risolverli.La famiglia di origine palermitana dei Canfarotta si inserì perfettamente in questo sottobosco criminale, affittando a prezzi decisamente troppo alti le decine di piccoli appartamenti a prostitute e migranti irregolari in cerca di riparo. Tali caratteristiche hanno comportato molte problematiche per arrivare al riutilizzo: la necessità dello sgombero di decine e decine di persone, le condizioni fatiscenti di molti immobili, la presenza dei prevenuti in alcuni appartamenti, la difficoltà nel creare un dialogo con l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati (ANBSC) sulla gestione dei beni, la necessità di investimenti, i vari debiti da saldare coi condomini a carico dei vicini. Tutto ciò ha reso molto complesso il percorso di riassegnazione, che spesso è andato avanti “a singhiozzo” grazie a scandali nazionali e locali a mezzo stampa.Nel febbraio del 2017 il Comune di Genova acquisì 11 immobili, che hanno dato vita oggi, grazie a bando pubblico, a due belle realtà riutilizzate: un’aula studio, gestita dall’Associazione Pas à pas, che crede nelle lingue come strumento di integrazione e organizza corsi di italiano per stranieri, e la bottega Mani d’Oro, gestita dalla Parrocchia delle Vigne, dove vengono venduti i prodotti ottenuti con materiali di scarto da un mite artigiano con un passato difficile alle spalle, ospite della parrocchia.Nel 2019 un’inchiesta del Fatto Quotidiano, ripresa da Le Iene, ha portato alla luce, partendo dalle dichiarazioni dell’ultima coadiutrice della confisca, una situazione paradossale: il Tribunale di Genova all’epoca del sequestro aveva stipulato dei contratti provvisori con le decine di inquilini degli appartamenti sequestrati, che erano stati prolungati anche nei 10 anni dopo; diverse prostitute quindi continuavano a esercitare pagando un regolare affitto allo Stato.In seguito a questa inchiesta, Agenzia e Comune di Genova hanno accelerato il processo di riassegnazione, sperimentando una nuova procedura nei rapporti tra Agenzia e Enti Locali. Il Comune di Genova infatti ha indetto nella tarda primavera del 2019 un bando pubblico sugli 81 beni ancora gestiti dall’Agenzia, prima di averli acquisiti: avrebbe acquisito quindi solo gli immobili per i quali fossero pervenute risposte al bando (mentre di solito il bando viene fatto dopo la destinazione dei beni dall’Agenzia Nazionale al Comune). L’operazione ha portato alla riassegnazione sulla carta di 44 immobili, la cui destinazione al Comune è stata votata dal consiglio comunale il 15 ottobre: 36 appartamenti, 8 bassi. Svariate le attività di riutilizzo previste: una ciclofficina per riparare biciclette, una stazione di web radio, social housing, emergenza abitativa, un albergo diffuso sociale, un alloggio temporaneo per padri separati, una biblioteca, usi istituzionali degli organi di decentramento, magazzini. 9 sono i soggetti gestori, associazioni e cooperative sociali, molti di queste a capo di cordate che coinvolgono molte altre realtà.La confisca Canfarotta ha fatto irrompere nel dibattito pubblico genovese l’argomento dei beni confiscati, fino a quel momento assolutamente marginale in città, e la nascita di così tante realtà riassegnate potrà costituire un fenomeno interessante per i delicati rapporti della realtà del centro antico. La strada è ancora lunga per la completa riassegnazione, ma finalmente le saracinesche iniziano a parlare a sempre più persone. 

Piemonte: bando assegnazione villa confiscata a San Giusto Canavese

Articolo di Gabriele Tassinari Il 30/9 la Città Metropolitana di Torino ha pubblicato il bando per raccogliere manifestazioni di interesse da parte di associazioni ed enti del terzo settore per il riutilizzo di una villa confiscata nel comune di San Giusto Canavese. La villa è un immobile di pregio su due piani, circondato da un ampio giardino e collocato a pochi minuti di cammino dal centro della città.Le proposte dovranno avere finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale per il territorio ed essere presentate entro il 14/11/2019. L’assegnazione avrà una durata prevista di 6 anni con possibilità di rinnovo. (qui il bando e le modalità di partecipazione). La storia del bene ne fa un caso unico nel Nord Italia: fu confiscata nel 2011 a Nicola Assisi, tra i più importanti broker internazionali della cocaina al servizio della ‘ndrangheta, arrestato pochi mesi fa dopo una latitanza di dieci anni in Brasile.Nel 2015 la guardia di finanza coordinata dalla DDA di Torino smantellò l’organizzazione di narcotraffico legata ad Assisi, capace di riversare in Italia centinaia di chili di droga ogni mese, con l’operazione “Pinocchio”. Diversi milioni di euro in banconote furono rinvenuti nel giardino della villa. Lo sgombero definitivo del bene, occupato da congiunti, è stato realizzato nel 2018. Pochi mesi dopo ignoti hanno cercato di distruggerlo posizionando bombole di gas all’interno, tentativo fortunatamente risoltosi con danni non gravi. L’associazione Libera e i cittadini, insieme alle forze dell’ordine e all’amministrazione comunale di San Giusto, hanno risposto con forza presidiando la villa, organizzandovi eventi e richiamando la massima attenzione pubblica sulla gravità del fatto e sulla necessità di una decisa reazione da parte delle istituzioni responsabili.Infine, queste hanno risposto alle sollecitazioni della società civile: in seguito all’intesa raggiunta in una conferenza di servizi tenutasi il 8/8/2019 nella villa tra vertici dell’Agenzia Nazionale per i beni Sequestrati e Confiscati, della Città Metropolitana di Torino, Prefettura, Comune di San Giusto e Regione Piemonte, si concretizza ora un percorso di riutilizzo per l’immobile. Per approfondire: Sito di Libera Piemonte e Geoblog.Documentario “Gli Uomini d’oro di Biancaneve” del giornalista Giuseppe Legato.

Eboli: pubblicato un nuovo bando per l'assegnazione di un appartamento confiscato alla camorra.

È stato pubblicato lo scorso 28 agosto dal Comune di Eboli, in provincia di Salerno, un nuovo Avviso di selezione pubblica per la realizzazione di un progetto avente finalità sociali in un appartamento confiscato alla camorra (qui il link al bando e al modello di domanda, che è possibile scaricare anche direttamente su questa pagina). La scadenza per la presentazione delle domande è fissata alle ore 12.00 del prossimo 12 settembre. L'appartamento negli anni passati ha ospitato il progetto Art House, che ha previsto la conversione del bene confiscato in un laboratorio di arte e creatività, grazie al finanziamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile - con l'avviso pubblico "Giovani per la valorizzazione dei beni pubblici". Il bene si trova in un palazzo suddiviso in sette diverse unità immobiliari, cinque delle quali confiscate. Il fabbricato è situato nella parte estrema della periferia di Eboli, in località Corno d’Oro, a pochi passi dal centro commerciale Outlet Cilento.Le proprietà appartenevano alla famiglia Procida, clan di camorra operante nella Piana del Sele tra gli anni '70 e gli anni '90. Nello stesso immobile, la Cooperativa Spes Unica, presso la quale quest'anno si sono svolti anche i campi di impegno e formazione di E!State Liberi!, occupa già altri appartamenti in cui vivono adolescenti e bambini. Negli appartamenti è stata infatti autorizzata l’attivazione di una comunità alloggio per minori di età compresa tra i 13 e i 18 anni, minori provenienti anche dall’area penale e di un centro diurno polifunzionale per minori. Il bando recentemente pubblicato prevede la concessione dell'immobile per sei anni, con possibilità di rinnovo per ulteriori sei anni. La selezione per la concessione e l'assegnazione del lotto avverrà sulla base della valutazione della struttura organizzativa dei soggetti sociali che presenteranno la domanda, dell'obbligo di dare avvio al progetto entro tre mesi dalla data di stipulazione della convenzione e della valutazione dei progetti di riutilizzo sociale proposti. È in ogni caso esclusa la possibilità di utilizzare l'appartamento come sede sociale. 

Regione Campania: due nuovi bandi per il riutilizzo sociale dei beni confiscati.

Due nuovi bandi della Regione Campania per sostenere le esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Due importanti opportunità rivolte ai Comuni e ai soggetti gestori. Il primo bando è “figlio” della Legge Regionale n. 7 del 2012 e del Programma annuale degli interventi per la valorizzazione dei beni confiscati, così come previsto dalla stessa legge. L’Avviso Pubblico è rivolto ai Comuni o ai Consorzi di Comuni al cui patrimonio indisponibile siano stati trasferiti beni confiscati non ancora arrivati a riutilizzo e mira a finanziare progetti di restituzione alla collettività dei beni e azioni per le start up di innovazione sociale ed economia sociale. L’ammontare complessivo dei finanziamenti è pari a 1,5 milioni di euro. Il bando contiene alcuni aspetti di particolare interesse, a partire dal tentativo di sperimentare nuove forme di co-progettazione tra le amministrazioni comunali e i soggetti del terzo settore che intendono gestire i beni confiscati. Una sperimentazione che si concretizza nella previsione della selezione di tali soggetti da parte dei Comuni, attraverso una procedura ad evidenza pubblica, prima della candidatura al bando. Ai gestori individuati con questo meccanismo i beni dovranno essere assegnati almeno per 15 anni. Con loro, l’Ente locale procederà alla co-progettazione, candidando poi il progetto all’Avviso Pubblico della Regione. Il contributo massimo per ciascuna proposta progettuale è di 150 mila euro (massimo 100 mila euro per gli interventi di ristrutturazione e massimo 50 mila euro per quelli di start up). La scadenza per la presentazione delle domande è fissata al 31 ottobre. Qui o più sotto tutta la documentazione.  Il secondo Avviso Pubblico intende finanziare invece progetti di avvio, sviluppo e/o consolidamento dell’imprenditorialità sociale all’interno di beni confiscati alla criminalità organizzata, con l'obiettivo di valorizzare i beni e accrescere la competitività dei progetti di impresa che vi nascono, contribuendo così allo sviluppo socio-economico del territorio in cui sono realizzati e alla diffusione della cultura della legalità. L'Avviso, a valere sul POR Campania FSE 2014/2020, prevede una dotazione finanziaria complessiva di oltre 3,6 milioni di euro ed è rivolto direttamente alle imprese sociali, alle cooperative sociali e ai Consorzi di cooperative e alle associazioni di promozione sociale. L’importo complessivo degli aiuti concessi con la formula del “de minimis” non può superare il limite massimo dei 200 mila euro nell’arco di tre esercizi finanziari. La scadenza è fissata al 15 ottobre. Qui o più sotto tutta la documentazione. 

Valenzano: si sblocca la situazione dei beni confiscati. A breve una fattoria sociale ed una zona verde.

Valenzano è un paese di appena 18 mila abitanti alle porte di Bari. Anche se così piccola, in questa cittadina si contano ben 84 beni immobili confiscati e destinati, sintomo di un’importante presenza criminale nel territorio. La maggior parte di questi beni sono rimasti in disuso per parecchi anni e solo ora, grazie al recente lavoro della Commissione Straordinaria, si stanno incominciando ad accendere i riflettori su questa situazione. Una Commissione Straordinaria insediatasu due anni fa a seguito dello scioglimento del Consiglio comunale per infiltrazioni mafiose. Mentre gli organi giudiziari lavorano per chiarire la vicenda che ha mostrato tante ombre del paese, le tre commissarie prefettizie si sono date da fare per risolvere e regolarizzare diverse problematiche del paese. Hanno così deciso di mettere a bando i tanti terreni agricoli confiscati alla criminalità presenti vicino al Dipartimento di Medicina Veterinaria. Il progetto risultato vincitore lo scorso novembre è la “Fattoria dei primi” della Cooperativa Sociale “Semi di Vita”. La cooperativa, affiancata da partner locali e nazionali, ha intenzione di realizzare su oltre 26 ettari di terreni una fattoria sociale attraverso un piano decennale. Semi di vita dal 2014 conduce un terreno certificato biologico di due ettari a Bari nel quartiere di Japigia. In questi terreni la cooperativa cerca di inserire persone svantaggiate nel mondo lavorativo utilizzando l’agricoltura come strumento di riabilitazione morale. Anche la Fattoria dei Primi avrà la stessa mission e attraverso la produzione di prodotti biologici che valorizzino l’identità locale si cercherà il dialogo con persone ai margini della società.La Commissione Straordinaria ha inoltre approvato e pubblicato il progetto di riqualificazione del bene confiscato in via Martiri di via Fani. Si tratta di un’area di 1400 mq ai margini del centro abitato con un capannone di 310 mq. Nel bene appartenuto al boss Angelo Michele Stramaglia ora sorgerà un’area verde usufruibile da tutte le categorie di utenti. Il bene era utilizzato in maniera non del tutto regolare da associazioni locali che pur perseguivano l’interesse della cittadinanza. La Commissione ha voluto regolarizzare una volta per tutte la situazione applicando il regolamento comunale sui beni confiscati. Le associazioni che lo utilizzavano dovranno trovare ora un’altra sistemazione e nel posto sorgerà quindi un parco entro, si legge nel progetto, fine ottobre.Lo scorso primo luglio, invece, è stato pubblicato l’Avviso Pubblico per l’avvio dell’iter di assegnazione del bene confiscato in via Pietro Nenni n. 28. Si tratta di tre locali uso deposito di oltre 700 mq. La documentazione necessaria dovrà essere consegnata all’Ufficio Protocollo del Comune entro il 1° agosto, dopodiché si procederà con la procedura di selezione. Il bene, una volta assegnato, si andrebbe ad aggiungere alla lista di quelli effettivamente utilizzati del Comune di Valenzano. A questa lista bisogna aggiungere, oltre ai già sopracitati terreni di Semi di Vita, il terreno agricolo in via Santa Croce assegnato all’associazione Oikos Onlus per un progetto socio-educativo che prevede il reinserimento di giovani ragazzi in difficoltà.  

Il riutilizzo sociale dei beni confiscati: una rivoluzione possibile. A Sessa Aurunca il Prefetto Frattasi a confronto con i soggetti gestori e i ragazzi di E!State Liberi!

Un confronto serrato di oltre tre ore tra chi i beni confiscati alle mafie li “governa” e chi invece li gestisce. Da un lato il Prefetto Bruno Frattasi, dal febbraio scorso Direttore dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, dall’altro una decina di rappresentanti di cooperative e associazioni ai quali è stata affidata la gestione di alcuni immobili confiscati tra Campania, Puglia e Lazio. A fare da cornice all’incontro, che si è svolto lo scorso 19 luglio presso il bene confiscato di Sessa Aurunca gestito dalla Cooperativa Al di là dei sogni, i ragazzi dei campi di E!State Liberi!, che hanno avuto così la preziosa opportunità di entrare in contatto con le questioni che ogni giorno chi amministra e gestisce un bene immobile sottratto alle mafie si trova ad affrontare.A poche ore dalla pubblicazione della relazione semestrale della DIA relativa al secondo semestre del 2018, nella quale viene sottolineato l’aumento esponenziale di sequestri e confische e che, ancora una volta, pone l’accento sulla capacità della mafia imprenditrice di condizionare pesantemente l’economia del Paese, il racconto di queste esperienze positive di riutilizzo sociale segna un orizzonte di possibilità che continua ad apparire come l’unica strada percorribile per dare senso e valore all’azione repressiva di Magistratura e Forze dell’ordine. Una rivoluzione quotidiana e spesso silenziosa, che, restituendo il maltolto alla collettività, restituisce dignità ai territori  e ai cittadini che li vivono.Ma non è tutto così semplice. Sul tavolo ci sono anche le tante criticità che ancora pesano sul processo che, partendo dal sequestro, arriva al riutilizzo sociale dei beni immobili. Criticità sottoposte al Prefetto Frattasi dai soggetti gestori. Su tutte la necessità di individuare nell’Agenzia un interlocutore chiaro e definito, al quale potersi rivolgere per affrontare le questioni che riguardano la vita e le difficoltà quotidiane dei beni confiscati. Nelle richieste poste dai gestori e dai rappresentanti di Libera presenti all’incontro, anche il tema della trasparenza dei dati e delle informazioni, il ruolo dei cittadini monitoranti e quello, fondamentale ma non sempre efficiente, dei Comuni, oltre alle difficoltà legate all'annosa questione del potenziamento dell’Agenzia nazionale.Il Prefetto Frattasi appunta tutto e risponde, punto su punto. Racconta il suo lavoro, le difficoltà quotidiane ma anche le buone prassi che l’Agenzia sta mettendo in campo, ribadendo la delicatezza e l’importanza del ruolo assegnato agli Enti Locali ai quali i beni vengono trasferiti e che devono garantire un riutilizzo veloce ed efficace. “Stiamo pensando – dice – di dare vita a un meccanismo di pre-gara prima di firmare i decreti di destinazione ai Comuni, per verificare a monte se esista una risposta adeguata del territorio alla prospettiva del riutilizzo sociale”. Solo dopo e solo in caso di esito positivo di questa indagine preventiva, l’Agenzia procederebbe al trasferimento al patrimonio del Comune. Un modo per evitare, secondo il Direttore, che, una volta arrivati ai Comuni, i beni restino inutilizzati.“In Agenzia siamo pronti per il concorso che dovrà portare all’assunzione di 70 nuove figure professionali - dice a proposito del potenziamento dell’ANBSC previsto dal decreto sicurezza del 4 ottobre 2018. Ci sono le coperture finanziarie e abbiamo individuato i profili professionali di cui abbiamo bisogno. Ma abbiamo chiesto che ad occuparsi delle procedure concorsuali sia il Dipartimento della Funzione Pubblica. Confidiamo che il concorso venga bandito a breve”.E a chi gli fa notare che lo stesso decreto ha introdotto la contestata previsione della vendita all’asta ai privati dei beni immobili confiscati, non risponde direttamente. Lo fa, forse, concludendo il suo intervento con una sottolineatura forte sul valore del riutilizzo sociale, di cui si dice fermamente convinto.

Per amore del bene, non taceremo.

Un intero pomeriggio a spasso sui beni confiscati della provincia di Benevento. In carovana, attivisti e volontari di Libera, rappresentanti del mondo delle Istituzioni e dell’associazionismo, singoli cittadini. Quattro tappe e tanti chilometri percorsi insieme per dire - parafrasando don Peppe Diana - che “per amore del bene, non taceremo”. Il Festival dell’Impegno Civile ha fatto tappa nel Sannio domenica 14 luglio, su iniziativa del Coordinamento provinciale di Libera a Benevento. Un modo per tenere accesi i riflettori sulla necessità di riportare a riutilizzo sociale i beni già trasferiti ai Comuni e ancora in stato di abbandono. A partire dall’ex cementificio Ciotta di Benevento, per il quale si fatica finanche a convocare un tavolo istituzionale di confronto per stimolare un percorso condiviso di progettazione e immaginare, tutti insieme, una prospettiva di riuso. Da qui la provocazione degli attivisti di Libera che, simbolicamente, hanno piazzato davanti ai cancelli chiusi dell’immobile un tavolo vuoto. Un modo per richiamare l’Ente Locale alla sua responsabilità, nella speranza che al più presto giunga finalmente una convocazione promessa ormai un anno fa e mai arrivata.Da Benevento, la carovana si è spostata dapprima a Castelvenere e poi a Dugenta. Al patrimonio di questi due Comuni sono stati già da tempo trasferiti due immobili allo stato ancora inutilizzati. Si tratta di un fabbricato circondato da un piccolo terreno agricolo a Castelvenere e di un terreno, anch’esso di non grandi dimensioni, a Dugenta. Ad attendere la carovana, i Sindaci dei due Comuni, che, al termine dell’iniziativa, hanno sottoscritto un “Impegno per il bene”, con il quale simbolicamente hanno ribadito la volontà di superare nel più breve tempo possibile le difficoltà e le lentezze che di fatto stanno impedendo il ritorno alla comunità di questi patrimoni sottratti alla camorra.Infine, a tarda sera, l’ultima tappa nell’unico bene confiscato già riutilizzato in provincia. Si tratta dell’immobile sito nel Comune di Melizzano, dove qualche anno fa è sorto il Centro RAEE, struttura d’eccellenza nel disassemblaggio e nel riutilizzo dei componenti elettronici in disuso. Un’esperienza avviata grazie ad un finanziamento europeo e al contributo della Fondazione con il Sud ma che ancora attende di compiere il salto di qualità che potrebbe consentire a quel bene confiscato di trasformarsi in un’occasione di lavoro e di sviluppo per la comunità locale. Dal Sindaco Rossano Insogna, l’appello forte affinché le Istituzioni facciano la loro parte. A partire dalla Regione Campania, con la quale è in corso da tempo una interlocuzione per ottenere un provvedimento che affidi il lavoro di smaltimento dei rifiuti elettronici prodotti dagli uffici regionali proprio al centro di Melizzano.Una giornata importante, dal forte valore simbolico ed educativo, nel nome di don Peppe Diana e nel segno di una cittadinanza monitorante in grado di pungolare le Istituzioni e di richiamare  tutti alla propria responsabilità.

Napoli: laboratorio di innovazione sul riuso sociale dei beni confiscati. Un commento di Fabio Giuliani e Angelo Buonomo sulle nuove linee guida adottate dal Comune

Con deliberazione n.° 238 del 24/05/2019, la Giunta del Comune di Napoli ha approvato, all’unanimità, le nuove linee guida per il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Un risultato frutto di un percorso partecipato di ascolto, confronto con reti, associazioni, enti, che in virtù delle loro esperienze di riutilizzo sociale dei beni o nelle attività di promozione, hanno aiutato e accompagnato il lavoro di elaborazione dell’ente comunale Le linee guida approvate dal Comune di Napoli rappresentano un esempio a livello nazionale sia per il percorso di partecipazione costruito, sia per gli elementi di innovazione apportati. Si tratta di un documento, irrituale nella forma, ma dagli importantissimi spunti sostanziali.In primo luogo, dal punto di vista della visione politica, si rispediscono al mittente, le sollecitazioni sulla messa all’asta e sul fare cassa ad ogni costo, sottese al decreto, cosiddetto, “sicurezza”. Infatti, le linee guida, si ispirano totalmente alla ratio della legge di iniziativa popolare 109/96, sulla restituzione del mal tolto. L’idea di fondo è di carattere risarcitorio, nel senso che, i beni, vengono restituiti a quelle comunità, che con la presenza mafiosa, hanno pagato un prezzo altissimo, in termini sociali, economici, di sviluppo, e troppo spesso, di vite umane.Una novità fondamentale che ha come obiettivo quello di riutilizzare il maggior numero di beni possibile dentro una logica di sviluppo locale, produzione di welfare e servizi tesi a rafforzare la coesione sociale, la partecipazione civica e la cultura dell’impegno contro mafie e corruzione per creare giustizia sociale. Le Linee guida, infatti, concepiscono i beni confiscati alle mafie come “strumento di promozione e rafforzamento della cultura della legalità, della giustizia sociale, della solidarietà e per sostenere l’inserimento sociale e lavorativo”; un primo elemento chiaro che orienta la nuova policy del Comune che ha come obiettivo principale la promozione delle politiche del lavoro, come antidoto principale al contrasto alle organizzazioni criminali. A rafforzare questa impostazione culturale si enuclea una vera e propria dichiarazione di principi: “i beni confiscati trasferiti al patrimonio indisponibile del Comune di Napoli, sono utilizzati esclusivamente per le seguenti finalità: istituzionale, sociale, emergenza abitativa, culturale/artistica, sportiva”.In primo luogo va sottolineata l’importanza della parola esclusivamente la quale sottolinea che l’orientamento del Comune di Napoli è quello di riutilizzare i beni confiscati evitandone la vendita. In secondo luogo è importante notare che oltre alla definizione di aree di intervento sociale specifiche che riguardano la produzione di beni e servizi di welfare vengono introdotte, per la prima volta, altre due aree di intervento specifiche come quelle dello sviluppo artistico e culturale e quella dello sport. Due campi d’azione nuovi che rafforzano il legame tra riuso sociale dei beni confiscati e i principi dettati dall’articolo 3 e 33 della Costituzione italiana.Un elemento da sottolineare riguarda la disponibilità del Comune a facilitare assegnazioni temporanee in fase di sequestro dei beni: una sfida che può diventare interessante proprio per il numero di beni che giacciono in fase di sequestro a Napoli, grazie alle indagini della magistratura.Una vera e propria rivoluzione copernicana in materia, un’innovazione profonda e radicale è introdotta nel percorso di assegnazione e gestione di un bene confiscato con un processo di partecipazione e progettazione. Questo percorso è caratterizzato dall’ascolto da parte dell’Ente dei diversi attori coinvolti e dalla partecipazione della comunità in cui insiste il bene attraverso l’istituzione di due strumenti: a) Assemblee di progettazione partecipata come momenti di ascolto e definizione di ipotesi progettuali sulla base dell’incontro con la comunità e gli attori del territorio (scuole, associazioni, singoli cittadini ecc.) in cui insiste il bene; b) “Rete dei beni confiscati” la cui funzione è quella di definire una visione strategica per il riutilizzo sociale dei beni della città. La rete ha tra gli obiettivi la messa in relazione delle esperienze dei beni confiscati nel Comune di Napoli e la condivisione delle proposte all’amministrazione sulle politiche di riutilizzo sociale, tenendo conto delle esigenze emerse nelle assemblee di progettazione, la creazione della carta dei servizi dei beni confiscati del Comune di Napoli. Questo provvedimento mette insieme diversi attori dalla Pubblica amministrazione, alla comunità e ai cittadini, dagli enti gestori fino ad arrivare agli ordini professionali e alle associazioni di categoria. Un meccanismo articolato teso a rafforzare la trasparenza, la partecipazione, la co-progettazione, l’ascolto che ha come obiettivo quello di rafforzare il processo di riutilizzo sociale dei beni confiscati dentro una dinamica più aperta e democratica attraverso una vera e propria presa in carico del progetto di riutilizzo da parte della comunità.Infine, un’altra novità sostanziale riguarda i tempi di assegnazione previsti dall’articolo 16 che recita “Gli immobili confiscati, vengono assegnati, a titolo gratuito, per un periodo di 5 anni per i beni sotto i 150 mq eventualmente rinnovabili; 10 anni per beni superiori a 150 mq eventualmente rinnovabili; 15 anni per i beni agricoli eventualmente rinnovabili, tranne in caso di comprovati finanziamenti che possano vincolare la durata dell’assegnazione al finanziamento stesso. Al termine del periodo di assegnazione il bene confiscato verrà reso disponibile per una nuova procedura di evidenza pubblica” un meccanismo che lega l’assegnazione all’effettivo progetto di riutilizzo del bene confiscato in una dimensione tesa allo sviluppo locale e di servizi di welfare ribadendo un progetto di visione nel riutilizzo dei beni.Auspichiamo che questo modello, possa essere da esempio anche in altre città, perché i beni confiscati, al di là degli amministratori che si susseguono, possano continuare a rappresentare simboli e risorse di comunità Libere!!!

Perché è importante che i beni confiscati siano nel piano dell’Open Government (e che cosa puoi fare tu).

È definitivo: il tema dei beni confiscati è contenuto all’interno del quarto action plan italiano dell’Open Government. Che cosa sia l’Open government lo trovi qui, e ciò che segna un risultato storico per questa quarta edizione è stata la capacità, di istituzioni competenti (Dipartimento delle politiche di Coesione e Agenzia nazionale dei beni confiscati, di lavorare insieme, su un tempo lungo, a pensare le migliori forme di correlazione atte a garantire la trasparenza integrale dei beni confiscati. Il risultato sono appunto quei 10 impegni, che trovi che trovi dal punto 1.25 al punto 1.33, e che puoi leggere sul portale di Opencoesione, in una nota che descrive questo risultato: https://opencoesione.gov.it/it/news/4-piano-dazione-ogp-opencoesione-impegnato-nellazione-open-data/ La sfida, per le istituzioni ma anche per tutti noi, comincia ora. La realizzazione delle 10 azioni del piano sarà monitorata tanto dalle istituzioni quanto da tutti noi. La speranza è che questo piano segni un punto di svolta nella trasparenza dei beni confiscati, sulla linea di quel percorso intrapreso dallo stesso portale di Confiscati bene 2.0.