Blog

I dati della PA nel catalogo di ConfiscatiBene: iniziamo da OpenCoesione

I dati aperti sui beni sequestrati e confiscati sono un elemento fondante di Confiscati Bene, sin dalla prima versione del progetto. Il ruolo della Pubblica Amministrazione, specie nella diffusione e pubblicazione dei dati in formato aperto, consultabili e riutilizzabili da tutti, è fondamentale per assicurare trasparenza, integrità ed efficienza e per stimolare la partecipazione dei cittadini sotto l'insegna del governo aperto.In Confiscati Bene 2.0 come sempre faremo riferimento prima di tutto a quelli di “Open Re.G.I.O.”, il progetto dell’Agenzia Nazionale Beni Sequestrati e Confiscati che pubblica gli open data sui beni. È un portale la cui esistenza e la cui modalità di pubblicazione si deve un po’ anche a noi ed è la fonte pubblica e riutilizzabile migliore sul tema.Ma tante altre Pubbliche Amministrazioni raccolgono altri dati sull’argomento e andremo progressivamente pubblicandoli, in due modalità:quella classica, in cui ci occuperemo di ricercarli e pubblicarli;quella di Confiscati Bene 2.0 in cui invitiamo la PA a essere parte attiva, a registrarsi ed essere utente del sito, occuparsi di pubblicare e aggiornare le pagine del catalogo dati del progetto.I primi dati della PA che pubblichiamo - dopo quelli di OpenRegio - sono quelli di OpenCoesione, l'iniziativa di open government sulle politiche di coesione in Italia. Sul portale sono navigabili dati su risorse programmate e spese, localizzazioni, ambiti tematici, soggetti programmatori e attuatori, tempi di realizzazione e pagamenti dei singoli progetti. Tra queste, diverse sono correlate a progetti su beni sequestrati e confiscati:“La valorizzazione socio-economica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è una forma di intervento per lo sviluppo territoriale che, facendo leva su una originaria situazione di svantaggio, trova sostegno nelle politiche di coesione per restituire alla collettività l’utilizzo di tali beni con finalità prevalentemente sociali. “ (dal sito di OpenCoesione).Al momento su OpenCoesione sono pubblicati i dati di circa 220 progetti sui beni confiscati (realizzati, o in corso di realizzazione), distribuiti in 6 regioni, 29 province, 139 comuni per più di 65 milioni di Euro di finanziamenti della UE.Sono pubblicati in formato CSV in questa pagina del catalogo open data di “Confiscati Bene 2.0”. In ultimo sottolineiamo come Open Re.G.I.O. sia uno tra i progetti in elenco tra quelli correlati ai beni confiscati e presenti in OpenCoesione (come si vede sotto con un finanziamento di più di 4 milioni di euro).

Che cos’è un bene confiscato alle mafie, in 200 parole

Ti sarà capitato nella vita di aver sentito parlare dei beni confiscati alle mafie. Se sei un attivista di Libera o di Ondata , magari ti sembreranno temi quotidiani. Oppure potrà essere la prima volta che qualcuno, in meno di 200 parole, prova a raccontarti che mondo complesso e variegato ci sia dietro. Cominciamo da qui: i beni confiscati costituiscono l’enorme patrimonio di ricchezze accumulato dai clan attraverso le loro attività mafiose e che, grazie alla legge 109 del 1996 approvata a seguito di una proposta di iniziativa popolare voluta da Libera e al loro riutilizzo sociale, vengono restituiti a tutti noi. Tutto chiaro? No, perché non ti abbiamo spiegato che cosa sia il principio di “riutilizzo sociale” sancito nella legge. Vediamola così: i beni sono l’unico strumento di contrasto alle mafie in grado di unire e tenere insieme più dimensioni. Significa che i beni confiscati sono al tempo stesso: un atto di giustizia, perché andiamo a colpire le mafie nel portafoglio; una iniezione di fiducia nelle Istituzioni, perché dimostriamo di essere più forti di loro; uno strumento di economia e di lavoro, perché ri-usiamo quei beni facendoli tornare al bene comune; un’opportunità di riscatto e dignità per i territori nei quali si trovano; luoghi dall’altissimo valore simbolico, in grado di dimostrare che le mafie sono tutt’altro che invincibili. I beni confiscati si dividono poi in tre categorie: beni mobili (auto, moto, denaro ...), beni immobili (appartamenti, ville, terreni, palazzi, box, capannoni ...) e beni aziendali (aziende, quote e partecipazioni societarie ...)(vedi Beni confiscati mobili, immobili, aziendali: non facciamo confusione). La sfida delle 200 parole non era semplice, e avremo modo di approfondire i temi nel nostro blog. Ora però ti chiediamo di fare la tua parte per difendere questa straordinaria opportunità di welfare e inclusione, di imprenditorialità giovanile, di economia sociale. E puoi farlo proprio attraverso Confiscati bene 2.0 e nel nome della trasparenza. Se vuoi raccogliere questa sfida, entra nella community #monitorabene . Benvenuto tra i nostri. Leonardo Ferrante Riccardo Christian Falcone

Accesso civico ai dati: che cos’è e come si usa per i beni confiscati

L’accesso civico è uno strumento potentissimo che, grazie al Decreto legislativo 33/2013, ciascuno di noi può utilizzare per esercitare il suo diritto di sapere come ogni Pubblica Amministrazione spende le nostre risorse, si organizza al suo interno, prende le decisioni per nostro conto, incluso dati e informazioni sui beni confiscati. Esistono due forme di accesso: L’accesso civico semplice È nostro diritto utilizzare gratuitamente questo strumento quando l’Ente pubblico non ha messo online, nella sua pagina “Amministrazione trasparente”, un dato che la legge prevede invece come obbligatorio. Se parliamo di beni confiscati, allora l’obbligo dei Comuni è pubblicare l’elenco di quelli trasferiti al proprio patrimonio, aggiornato mensilmente e in formato aperto; pena una sanzione al dirigente responsabile. Attraverso Confiscati bene 2.0, mettiamo a tua disposizione “Chiedi ai comuni”, un tool che ti permette, al grido di #escilibene e con pochi semplici click, di utilizzare proprio l’accesso civico semplice quando questi dati sono mancanti, sono incompleti, non sono aggiornati. L’accesso civico generalizzato o Foia Questa forma di accesso, ispirata alle normative internazionali del Freedom of information act, da cui l’acronimo Foia e introdotta dal Decreto legislativo 97 del 2016 , consente di richiedere specifici dati anche quando le amministrazioni non sono obbligate in tal senso. È uno strumento attivabile quando non si hanno elementi sufficienti, con la sola “Amministrazione trasparente”, a capire quello che sta avvenendo nella gestione del bene comune. Un esempio può essere chiedere, all’Ente pubblico finanziatore, l’elenco di Comuni che hanno partecipato a un bando per la ristrutturazione di beni confiscati. Se vuoi fare un accesso Foia scrivici nel forum Partecipa.

Estate Liberi a Erbè (Vr): il monitoraggio raccontato dai ragazzi

Questo video è stato ideato e progettato dai ragazzi che hanno partecipato nel 2018 al campo di Estate Liberi! a Erbè, in provincia di Verona. È stato realizzato insieme a Francesco, videomaker di professione, che ha regalato e messo a disposizione la sua esperienza durante la settimana di campo. Il focus principale che abbiamo dato ai ragazzi durante il campo “Monitorando Bene” è stato: raccontate il monitoraggio civico e descrivete perché è importante raccontare la vita dei beni per “illuminarli”. Il video è diviso in diverse sezioni e l’ordine è stato scelto di proposito durante il laboratorio di progettazione. Nella prima parte del video i ragazzi hanno intervistato alcuni passanti in centro a Verona, circa la percezione delle mafie al nord e dei beni confiscati a Verona e in Veneto. I ragazzi, infatti, si sono messi in gioco diventando piccoli giornalisti per qualche ora. Le seguenti parti del video mostrano le altre attività del campo: le formazioni con i lavori di gruppo, i lavori nei diversi beni confiscati, il monitoraggio in bicicletta con FIAB Isola della Scala, le interviste fatte ai gestori dei beni monitorati durante il campo e le interviste di fine campo ai partecipanti. Il video si chiude con una frase di Rita Borsellino, venuta a mancare qualche giorno prima dell’inizio del campo. Nella parte di coda del video, un ragazzo ha voluto filmare i retroscena della settimana di campo in modo amatoriale.

Perché un nuovo ciclo di Confiscati bene

Il portale Confiscati bene ha una storia lunga. Nasce nel 2014 sotto la spinta di un gruppo di persone dal forte carattere innovativo, convinte delle potenzialità del digitale circa i temi della legalità, a cominciare dai beni confiscati di cui, specie al tempo, era poco chiaro anche solo il numero. È del 2015 l’incontro tra queste persone, alcune delle quali di lì a poco si raggrupperanno formalmente nell’associazione Ondata, e Libera, storicamente impegnata sui temi dei beni confiscati e sempre più convinta dell’esigenza di strutturare una propria proposta attorno al tema del monitoraggio civico.L’idea è chiara e condivisa fin da principio: far entrare Libera, ossia la sua storia, la sua energia e la sua gente, all’interno della piattaforma resa viva da Ondata. È così che Confiscati bene può evolvere nelle forme di un portale di dati collaborativo, frutto diretto dell’azione di tre comunità che a diverso titolo si occupano di beni confiscati e con le quali Libera ha un rapporto o un dialogo da tempo: quella dei cittadini monitoranti, quella dei soggetti gestori e quella degli enti pubblici, contando sulla capacità di Ondata di offrire loro buoni strumenti digitali. Ecco perché, insieme, viene pensato il progetto “Confiscati bene 2.0”, dove quel “duepuntozero” sottende proprio questo cambio di passo nella raccolta e produzione del dato sui beni.Il finanziamento arriva grazie a Fondazione TIM, realtà espressione dell’impegno sociale di Tim, la cui missione è promuovere la cultura del cambiamento e dell’innovazione digitale favorendo l’integrazione, la comunicazione, la crescita economica e sociale. Non a caso quindi il progetto risulta vincitore dell’edizione 2015 di #ITALIAx10, ma la strada è appena all’inizio.Ci sono voluti due anni per arrivare al portale che vedi oggi, e il lavoro fatto è stato lungo. Tante volte siamo stati a un passo dal lancio e altrettante volte siamo tornati indietro, affinché il tutto fosse quanto più possibile di facile utilizzo per le comunità che si intende generare e accrescere, raccogliendo molte proposte dal basso.Non sono mancati neanche confronti, a volte intensi, tra i due partner del progetto, oggi maturati: Libera ha imparato a dare il giusto valore al lavoro attorno ai dati specie se in formato aperto, mentre Ondata ha compreso quanto sia difficile ed entusiasmante mettersi nella testa dei cittadini attivi a cui si vuole arrivare.Il modello di Confiscati bene, quello di un portale di dati collaborativo, vuole infine offrirsi come un prototipo da replicare, un esempio funzionale e pratico di governo aperto fondato su un’azione capillare e diffusa. Pertanto, funziona se e solo se viene fatto proprio dal numero più grande di persone possibili, specie se appartengono ai tre mondi che a diverso titolo si prendono cura, gestiscono, amministrano i beni confiscati: cittadini, soggetti gestori, istituzioni.Se sei uno di questi soggetti gestori, raccontaci che cosa stai facendo attraverso la community #gestiscibene.Se come cittadino invece vuoi collaborare a mappare le esperienze di questo territorio, vai in #monitorabene e scopri come fare.Se rappresenti un Ente pubblico, condividi la tua prospettiva nella community #pubblicabene.

Perché non siamo d'accordo sulla vendita dei beni confiscati

Chiariamo subito un equivoco: la vendita dei beni confiscati ai mafiosi non è mai stata per Libera un tabù. Già nella Legge 109 del 1996 è prevista l’opzione della vendita per quei beni il cui riutilizzo sociale si rivela oggettivamente impossibile. Dunque, nessun dogma. Libera continua a considerare la messa a reddito dei beni un’opzione praticabile, a patto però che resti un’eccezione, non la regola. Occorrono una serie di garanzie in ordine alla priorità del riutilizzo sociale e, in caso di messa a reddito e di vendita, in ordine ai soggetti ai quali la legge concede la possibilità dell’acquisto. Ecco perché ci lascia perplessi la previsione normativa, contenuta nel recente Decreto sicurezza, di aprire anche a tutti i privati la possibilità di acquistare all’asta i beni confiscati. La nostra preoccupazione è che la vendita, da extrema ratio, finisca a divenire una scorciatoia, utilizzata per evitare le possibili criticità che si riscontrano nella destinazione e assegnazione dei beni. Non solo: ci preoccupa la possibilità che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi fortemente inferiori e svalutati, ma che il loro acquisto possa essere realizzato da componenti di quella “area grigia”, composta da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agisce formalmente nella legalità, ma in realtà opera per la riuscita di operazioni commerciali e finanziarie capaci di riciclare il danaro sporco e di provenienza illecita (es. evasione fiscale, truffe, frodi), magari proprio per conto o col beneplacito dei clan a cui i beni sono stati confiscati. Il rischio che si aggirino i paletti previsti per garantire una vendita controllata sono concreti.Ecco perché fare trasparenza sui beni confiscati, ed è il fine di Confiscati bene 2.0, è oggi quanto mai necessario: per dimostrare, numeri corretti alla mano, che è molto meglio se i beni finiscono a essere utilizzati a fini istituzionali e sociali, e non certo venduti. E che il riutilizzo, nonostante tante chiacchiere spesso strumentali, funziona. Anzi, può funzionare ancora meglio se vengono rimosse quelle difficoltà all’origine che nessuno vuole nascondere. Ogni riforma dovrebbe andare a rimuovere quegli ostacoli, e non certo a rimuovere i beni confiscati dalla disponibilità dello Stato e delle organizzazioni sociali.Unisciti a Confiscati 2.0 bene per lanciare questo forte messaggio ai nostri decisori politici.

Perché un “portale della trasparenza collaborativo” sui beni confiscati (e come funziona)

Mai sentito parlare di portale della trasparenza? È una sorta di “faldone digitale” che mette insieme, assemblandoli, dati e informazioni, molti dei quali la legge ne prevede l’obbligo di pubblicazione, e che insistono su uno stesso tema pur provenendo da fonti diverse (uffici interni allo stesso ente, enti pubblici diversi tra loro, anche soggetti privati e civici). Non è troppo diverso da un grande foglio di calcolo, con tanti numerini per ogni cella, ma con il vantaggio di essere fruibile online e utilizzabile e riutilizzabile da tutti al fine di “capire delle cose”.L’idea rivoluzionaria del nuovo ciclo Confiscati bene, che segna un cambio di passo rispetto alla sua precedente versione e rispetto ad altri ottimi portali pur esistendo, riguarda il come vogliamo creare e raccogliere questi dati. La nostra risposta è: facciamolo insieme, ciascuno per quello che gli è proprio. Significa che vogliamo portare cittadini monitoranti, enti gestori e soggetti pubblici a collaborare su un’unica piattaforma, nella consapevolezza che quanto più ciò avviene, tanto più ad una trasparenza formale corrisponderà la condivisione di una visione: quella secondo la quale la luce dei dati aiuta a gestire nel modo migliore gli stessi beni. Solo così sarà possibile applicare il senso profondo della normativa sulla trasparenza, che deriva da quella della prevenzione della corruzione del 2012.Cittadini monitoranti, cooperative che gestiscono beni su tutto il territorio nazionale, istituzioni che a diverso titolo hanno a che fare con essi: tre “comunità di pratiche”, differenti per mission e per modalità d’azione, ma che insieme possono garantire la piena trasparenza dei beni confiscati. Aggiungiti alla tua comunità di riferimento e fai la tua parte.

Dai dati alle storie: racconteremo oltre 750 realtà sociali nei beni confiscati

Confiscati Bene 2.0 è nato anche per far sì che i dati sui beni confiscati vivessero sotto forma di storie. Chiederemo ai cittadini, agli enti gestori e alle pubbliche amministrazioni di contribuire al racconto delle centinaia di realtà sociali, dislocate dal Trentino Alto Adige alla Sicilia.Secondo una ricerca di Libera, sono più di 750 le realtà sociali che oggi, in Italia, gestiscono beni confiscati e restituiscono alla cittadinanza bellezza ed etica. Tra queste, 400 sono associazioni non profit e di volontariato, oltre 180 sono cooperative sociali che prevedono il reinserimento lavorativo di persone con disabilità e 13 sono scuole di diverso ordine e grado, che riutilizzano i beni confiscati per le loro attività didattiche.Attraverso il monitoraggio civico e la condivisione di informazioni di soggetti gestori e enti pubblici, l’obiettivo di Confiscati Bene 2.0 è censire, mappare e raccontare ogni singola esperienza di natura sociale e istituzionale.Ad oggi, in Italia, ci sono oltre 23.000 beni confiscati, di cui 14.000 già destinati agli enti locali e pronti per essere riutilizzati dalla cittadinanza. La prima regione in Italia per presenza di beni confiscati destinati è la Sicilia, con 6081 immobili; importante è anche il numero del Lazio, che si attesta al quinto posto con 511 beni confiscati.Secondo una ricerca di Libera, presentata lo scorso 18 ottobre, sulla percezione e sulla presenza delle mafie e della corruzione su un campione di oltre 10mila intervistati, il 66,2% (due su tre) sono a conoscenza che i beni che sono stati confiscati vengono poi dati in uso per fini istituzionali o sociali; di questi, poco meno della metà è in possesso di informazioni precise, mentre i restanti sanno dell’esistenza di beni confiscati nel territorio regionale ma non sono in grado di individuarli puntualmente.Questi numeri ci dicono che dall’entrata in vigore della legge 109/96, che regola il riutilizzo dei beni confiscati, molto lavoro è stato fatto, ma è evidente che c’è ancora da fare per far sì che tutti i cittadini conoscano la portata del bene confiscato come risorsa economica e simbolica del proprio territorio.

Una Pasquetta di impegno civile nei beni confiscati

Musica, brace, divertimento. E un messaggio fortissimo: qui la camorra ha perso. È stata una Pasquetta all'insegna dell'impegno civile quella tenutasi in due beni confiscati in Campania, sottratti alla criminalità organizzata e diventati simbolo di un riscatto di una terra. La tradizionale giornata del Lunedì in Albis si è ripetuta al "Fondo Rustico Amato Lamberti" di Chiaiano e alla "Masseria Ferraioli" di Afragola. Due luoghi che hanno ospitato decine di famiglie, giovani e meno giovani, che tra una brace, una musica e una tamurriata hanno ribadito il messaggio: ciò che era di proprietà dei boss è tornato ad essere patrimonio di tutti. Ogni anno in occasione della Pasquetta il Fondo Rustico intitolato a Amato Lamberti , sociologo, ex presidente della Provincia di Napoli, e protagonista della lotta ai clan, si è animato con i suoi 14 ettari di frutteto, con un'area bimbi, uno spazio brace e una improvvisata pista da ballo. Ad attendere i bambini quest'anno c'era Crocco, un pony sequestrato a un esponente della criminalità napoletana, con tanto di carrozza per i selfie. Ad Afragola, presso la masseria intitolata a Antonio Esposito Ferraioli , vittima della camorra nel 1978, la pasquetta è stata anche l’occasione per dare il via a due nuovi importanti progetti: è stato inaugurato il Museo vivente della biodiversità ed è stato dato il via al crowdfunding, la raccolta fondi per realizzare l’impianto di irrigazione degli orti urbani. La Masseria Antonio Esposito Ferraioli è il bene confiscato più grande dell’Area metropolitana di Napoli. Si estende su una superficie di circa dodici ettari, pari a 120mila metri quadri. Dal 1 marzo 2017 è stato assegnato a una rete di cooperative, associazioni e organizzazioni, e porta il nome del cuoco, scout e sindacalista della Cgil ammazzato quarant'anni fa a Pagani, in provincia di Salerno.

Cambio rotta: così ci siamo ripresi la villa del boss

Da villa bunker della mafia a Scuola di cucina del Mediterraneo: è la storia di un bene confiscato a Salvatore Geraci, soprannominato il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra, e assegnato al Comune di Altavilla Milicia. Geraci aveva scelto un covo a cinque stelle per nascondersi: una villa che si erge sugli scogli di Altavilla Milicia, in provincia di Palermo, a un passo dal mare. Come ogni nascondiglio mafioso, la decisione era caduta su un bene di lusso, protetto 24 ore su 24: la villa era una vera e propria fortezza, con recinzioni, mura e presidi. Un bunker che si è aperto alla fine degli anni '90, quando la proprietà è stata sequestrata dallo Stato. Oggi il bene è gestito dal Consorzio Ulisse che ha dato vita al progetto “Cambio rotta . Il “villino Geraci” non è più un covo impenetrabile: è un luogo di incontro dove i giovani si incontrano per fare l'aperitivo e per ballare; dove chi ha passione per la cucina può seguire corsi specializzati oppure mangiare al ristorante che offre piatti tipici della cucina mediterranea. La storia del “villino Geraci”. Il bene è stato costruito negli anni '60 non come bunker ma come abitazione di un medico. All'inizio degli anni '90, la villa è stata venduta a Salvatore Geraci, “un rampante imprenditore nel campo edile che a seguito di una faida interna, nel 2004, è stato ucciso”, racconta Davide Ganci, presidente del progetto “Cambio rotta” dal 2010 al 2016. Soltanto in un secondo momento, Geraci trasformò il bene in covo. “Dall'esterno c'è una cinta di mura in pietra: dava l'idea che fosse proprio un bunker – racconta Ganci - Addirittura, nella parte superiore c'era una sorta di vedetta, una cabina in vetro nella quale si dice che il padre tenesse d'occhio il bene. Qualcuno dice che con sé portasse anche un fucile. Un'altra cosa particolarmente evocativa dal punto di vista del linguaggio mafioso era l'ingresso del garage: un muro in pietra a scomparsa che si apriva e chiudeva. Proprio per questo dava l'idea di un luogo inaccessibile”. Poi il bene è stato sequestrato, confiscato e affidato al comune di Altavilla Milicia che nel 2010 ha emesso un bando pubblico per la gestione sociale dell'ex “villino Geraci”. Ad aggiudicarsi la gara è stato il Consorzio Ulisse, un'unione di cooperative di tipo b, cioè quelle che hanno il compito di gestire attività finalizzate all'inserimento lavorativo di persone svantaggiate. La gestione. Dal 2012, Ulisse ha potuto organizzare iniziative culturali per valorizzare del territorio, lo sviluppo locale e la cultura della legalità. Uno degli obiettivi è quello di coinvolgere i giovani che, secondo i responsabili del progetto, “hanno una sensibilità maggiore” nei confronti della lotta alla criminalità organizzata. Proprio per questo motivo, tra le attività culturali ci sono anche le serate con la musica dal vivo, dove si canta e si balla. Nel 2013, è iniziato il progetto “Cambio rotta” e nel 2014, grazie al bando della Fondazione con il Sud, è stata finanziata la scuola di cucina del mediterraneo. Si tratta di un’opportunità di formazione per professionisti e appassionati del settore della ristorazione, grazie a corsi di cucina “volti a divenire fulcro d’integrazione tra popoli e centro di condivisione di valori legati alle relazioni, allo sviluppo, alla creatività e alla comprensione”, si legge sul sito . I docenti sono chef di importanza internazionale che oltre alle lezioni pratiche sulla cucina mediterranea, svelano anche qualche segreto sui piatti tipici dei rispettivi Paesi di origine. I problemi con l'amministrazione. L’11 febbraio 2014, il comune di Altavilla Milicia è stato sciolto per mafia () e, al posto del Consiglio comunale, si sono insediati i commissari prefettizi. Per il progetto “Cambio rotta” è iniziato qualche problema. “Dopo due mesi e mezzo (aprile 2014, ndr) ci arriva una lettera da parte dei commissari – spiega Ganci – dove ci intimavano di revoca perché, dalle segnalazioni che avevano avuto, sembrava che le attività non fossero coerenti con il progetto. A metà giugno, grazie anche alla prefettura, riusciamo ad avere un incontro con l’Amministrazione: le segnalazioni che aveva ricevuto erano molto vaghe. Ci dicono che per precauzione sarebbe meglio, per esempio, non vendere superalcolici e birre perché 'non è opportuno in un bene confiscato'. Noi comunque abbiamo le licenze per fare tutto”. Per evitare problemi, però, Ganci ha deciso di limitare le attività marginali, come quelle del bar del centro polivalente.